Il grande equivoco delle big tech sul free speech
L’asservimento di molte big tech americane verso Donald Trump ha un solo mantra: il free speech. A prima vista, un diritto sacrosanto: chi contesterebbe la libertà di pensiero e di parola? Chi negherebbe il principio che ha reso l’Occidente libero e prospero, aprendo secoli di avanzamenti culturali e scientifici?Tuttavia, l’idea di free speech alimentata dalla nuova destra americana e dalle sue propaggini europee è, in realtà, una perversione del concetto di libertà, e si qualifica come un movimento culturale profondamente anti-occidentale. In questa concezione, che trova in Elon Musk il suo ideologo e in Mark Zuckerberg un nuovo, opportunistico seguace, il free speech è la libertà di poter dire qualsiasi cosa, scevri da parametri, dati, valori o criteri di verifica.Il concetto occidentale di libertà, però, così come si è affermato nel corso della nostra Storia e culminato nell’Illuminismo e nella scienza moderna, è diverso e opposto: è il diritto a dire qualcosa, avocando a sé dati, valori e criteri oggettivi per sostenere una tesi di fronte a un potere (religioso, politico e/o culturale) che la reprime.
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