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14 agosto 2018 | sul ponte Morandi dopo il crollo | con gli occhi e il cuore di un Vigile del Fuoco

14 agosto 2018 |  sul ponte Morandi dopo il crollo |  con gli occhi e il cuore di un Vigile del Fuoco
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14 agosto 2018: sul ponte Morandi dopo il crollo, con gli occhi (e il cuore) di un Vigile del Fuoco (Di giovedì 13 agosto 2020) “Ecco, questo è uno di quei momenti particolari della vita, uno di quelli che mi accompagnerà per sempre, che né vorrò né potrò mai dimenticare, ma che con molta fatica dovrò superare normalizzando ciò che ho toccato con mano: il crollo del viadotto Morandi. Sono un pompiere, un pompiere operativo da ormai ventidue anni che ne ha viste tante e per di più sono un “pari”, uno che si è interessato e formato su come funziona il nostro lavoro anche a livello emotivo. Faccio parte di un team del Corpo Nazionale che supporta psicologicamente e moralmente i colleghi esposti a eventi di natura traumatica ma che vive anche in prima persona le loro stesse emozioni contrastanti.Oscillo come un pendolo tra l’essere un soccorritore e il poter diventare vittima dei traumi connessi al mio lavoro. Quel mattino, nonostante fossi preparato, il colpo è stato forte“. (…) “Giunti sul posto, scendiamo dal camion e ci guardiamo attorno. A un tratto, senza renderci conto, spinti verso il nostro obiettivo, ci ritroviamo a correre per un chilometro in galleria con indosso i nostri dpi (Dispositivi di Protezione Individuale) dal peso di circa venticinque chili, schivando vetture ferme, alcune girate in senso contrario, altre in movimento nel tentativo di fuga. Intorno a noi persone. Tante. Che con espressioni dubbiose ci domandano dove stessimo andando. Vedere un Vigile del Fuoco, professionista del soccorso, solitamente calmo di fronte a tragedie senza tempo, che corre appesantito da tutto quell’equipaggiamento, induce in chi lo guarda una preoccupazione aggiuntiva che va a sommarsi all’incertezza dovuta ai fatti appena accaduti. Arriviamo così alla fine della chilometrica galleria, poco più avanti… il baratro. La prima cosa che noto è il ponte, integro, con sopra gli automezzi. Alla punta estrema come incollato all’asfalto, nel grigiore di quella giornata, cattura la mia attenzione un camion verde, con la scritta «Basko»“. (…) “Poco distante, noto un uomo, in disparte, seduto a terra a bordo strada, sotto la pioggia insistente. È zuppo. Mi guarda fisso, credo senza vedermi. Il suo sguardo è perso nel vuoto. Mi avvicino in compagnia dei miei colleghi e mi inginocchio davanti a lui per farmi notare. Gli rivolgo la parola, con una domanda banale ma diretta, per stimolarlo e verificare così il suo stato. All’improvviso esordisce: «Sono l’autista del camion, sì… di quel camion!». Intuendo la situazione, cerco di lasciarlo tranquillo un attimo, per poi interrogarlo nuovamente su quanto aveva visto. Ho la necessità di comprendere quanti automezzi fossero finiti nel torrente e quanto grave fosse la situazione sotto di noi. «C’era la coda come sempre» mi dice, «c’erano tantissimi mezzi, e io li ho visti cadere tutti, davanti ai miei occhi. Ho fermato il camion, ho preso le chiavi e sono corso via…»“. (…) “Le prime due immagini che ricordo come se fosse ieri, al nostro arrivo nei pressi del Polcevera dal lato ovest, sono i mastodontici resti del viadotto adagiati nel torrente e una distesa infinita di bottiglie d’acqua in plastica, piene, sulle quali il nostro mezzo quasi scivola. A prima vista, il ponte visto da sotto ha l’effetto di un pugno assestato in pieno viso. È una catastrofe: macerie ovunque, macchine, camion, effetti personali… disordine e caos. E l’altezza del moncone. Impressionante! Così spezzato che si staglia contro il cielo grigio, con la pioggia sempre copiosa“. (…) “Alle 19:30 è finita la nostra giornata lavorativa, se così possiamo definirla. Forzatamente ci hanno fatto rientrare in sede, sfiniti nel fisico e nel morale. Sulla nostra autopompa, noi cinque ci siamo guardati e abbiamo realizzato quanto fosse abnorme l’evento vissuto in questa giornata, una situazione che ci rimarrà fissa nella memoria per molto tempo, penso per sempre. Silenzio o piccoli commenti tecnici. Poca condivisione emotiva, per quella ci sarà tempo e luogo, ma non oggi“.
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