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Un presidenzialismo vintage

Berlusconi è tornato a parlare di elezione diretta del Capo dello Stato. In un periodo in cui si discute di riforme istituzionali, non poteva non rilanciare un'idea che già da tempo sbandiera come necessaria e democratica. Come premessa, Berlusconi fa notare che già da tempo il Capo dello Stato ha scavalcato i poteri concessigli dalla Costituzione, e di conseguenza sarebbe opportuno legittimare tale potere espanso con un'elezione popolare.
Ha infatti dichiarato: 
«Negli ultimi decenni il Capo dello stato si è trovato a svolgere, sempre di più, un ruolo di supplenza emergenziale ma quando l'emergenza si protrae troppo a lungo finisce per diventare fisiologica»
E poi ancora:
«Il problema è che oggi il capo dello Stato non ha una legittimazione popolare. Si è verificata una frattura irrisolta tra la lettera della Costituzione e la pratica quotidiana»
Sono entrambe giuste affermazioni. Con la scusa dell'emergenza democratica o della crisi economica, il Capo dello Stato ha spesso usato il suo potere per condizionare la politica. Come ogni analista veterano saprà, tuttavia, questo non è un problema, ma è un effetto di problemi ben più grandi. La nomina del Capo dello Stato, e dunque la sua non legittimazione popolare, sono al momento uno dei pochissimi limiti allo strapotere dei partiti che hanno l'onore di avere anche la presidenza della repubblica. Attualmente, il PD.
Berlusconi non è stato chiaro sul modo in cui intende gestire il passaggio da una forma di governo monistica, con legittimazione popolare soltanto di una Camera, ad una forma di governo dualistica, con doppia legittimazione popolare di Camera e Capo dello Stato.
Prendendo alla lettera le uniche dichiarazioni che ha fatto in merito, dunque, si evincerebbe che per Berlusconi la riforma sarebbe soltanto nell'elezione diretta del Capo dello Stato, senza alcun meccanismo di razionalizzazione dei suoi rapporti con la Camera elettiva e con il Governo.
Allo stato attuale delle cose, il Capo dello Stato gode dei seguenti poteri, come da artt. 87, 88 e 92 della Costituzione:
- Scioglie le Camere, sentito il parere dei loro presidenti, e dunque dei partiti.
- Nomina il Presidente del Consiglio ed i Ministri; il primo su "proposta" del partito di maggioranza nelle Camere e degli elettori, che con l'artifizio delle liste chiuse e dei nomi sui simboli del partito, candidano il loro PdC come fosse elettivo; i secondi su proposta del PdC, e dunque comunque del partito di maggioranza e relativi alleati.
- "Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del governo. Promulga le leggi ed emana i decreti e i regolamenti.", e questo è meramente formale finché al potere c'è il partito del PdR in carica.
In più ha vari poteri di nomina e ratifica dei trattati internazionali. Per ulteriori dettagli, consultate la Costituzione o wikipedia.

Considerando la permanenza di tali poteri nelle mani del Capo dello Stato, poiché - lo ripeto - Berlusconi non ha mai fatto alcun cenno alla modifica dei rapporti tra le istituzioni per adeguarle ai nuovi equilibri, il risultato è questo:


Il Consiglio dei Ministri perderebbe ogni potere, poiché tra Capo dello Stato e Camera sarebbe l'unico organo a non essere eletto direttamente dal popolo, e dunque l'unico organo a dover rispondere sia al Capo dello Stato, sia alla Camera.
Il Presidente del Consiglio tornerebbe ad essere esattamente come lo disegnarono i "padri costituenti", e cioè un mero organizzatore e portavoce del Consiglio dei Ministri, e non un vero e proprio Primo Ministro sul modello anglosassone, come ora.
I partiti, invece, che non sono istituzioni secondo la Costituzione ma lo sono nella prassi, otterrebbero un potere straordinario, superiore a quello che hanno attualmente.

Il Capo dello Stato eletto, infatti, non sarebbe più né super partes, né organo di garanzia, poiché l'elezione lo pone nel gioco della politica (più di quanto già non vi sia) e lo rende soggetto a responsabilità politica e autore delle scelte di direzione politica dell'azione di Governo. Ciò significa che nessun partito dovrà più fare finta di essere estraneo al Capo dello Stato in carica. Il PD potrà smettere di fingersi un estraneo a Napolitano, e quest'ultimo potrà tranquillamente dichiarare di essere un uomo del PD ed agire di conseguenza apertamente in favore del PD e contro i suoi avversari politici.
La legittimazione popolare gli darebbe la giustificazione per ricorrere sempre e comunque ai suoi poteri, e le legislazioni ed i governi verrebbero smontate e rimontate a piacimento del partito che otterrà la presidenza della repubblica.
Sarebbe il caos sia nel Parlamento che al Governo.

L'unico organo che resterebbe stabile e al suo posto sarebbe la PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA, nella persona del Capo dello Stato. 


La via del presidenzialismo, dunque, non passa certamente per un sistema come quello attuale, né per un assetto politico fortemente fondato sui partiti.
La legittimazione popolare non è soltanto uno strumento formale e democratico, ma è anche un via libera agli abusi di potere commessi in nome del popolo sovrano che ha scelto un suo rappresentante e gli ha dato carta bianca. Inutile parlare di buonsenso, di correttezza o di integrità morale: se un uomo di un partito ottiene una carica che gli consente di smontare e rimontare governi e legislazioni, quell'uomo lo farà e agirà in favore del suo partito.

I più cinici mi risponderanno che il Capo dello Stato sta già agendo in favore del suo partito, e neanche Berlusconi perde occasione di farlo notare. Ma è un dato di fatto che, ad oggi, le legislazioni sciolte siano state relativamente poche e che il Capo dello Stato non si è mai sbilanciato troppo.
La legittimazione popolare accrescerebbe l'ingerenza del Capo dello Stato, facendone l'unico burattinaio indiscusso di tutto l'assetto istituzionale e politico.

Infine, è bene ricordare che se l'istinto gregario dell'essere umano tende a farlo raccogliere intorno a determinati emblemi e simboli, esso è ancora più forte quando l'emblema è un uomo.
Dunque, tra Camera e presidenza della Repubblica, l'organo che diverrebbe il vero rappresentante della volontà popolare e che riceverebbe le attenzioni e l'affetto dell'elettorato, sarà la presidenza della repubblica nella persona del Capo dello Stato.
Il culto della persona diverrebbe centrale, come è già centrale sul Presidente del Consiglio. Ma su un uomo coi poteri dell'attuale Capo dello Stato, il culto della persona porta a questo:


Poi fate voi. Se vi piace tanto eleggere la gente e credere che ciò sia uno strumento di controllo sulla feccia che proviene dai partiti, allora forse meritate quanto sopra.

Tag : Berlusconi, capo dello stato, presidenzialismo, riformacostituzionale
Wed, 18 Jun 2014 15:25:00

Uber e il neoluddismo d’un Paese in fuga dalla realtà

Articolo apparso originariamente su The Fielder


L’immagine è quella di un uomo che spacca un telaio meccanico con un martello, nel 1768. Circa duecentocinquant’anni dopo, l’immagine è quella di un tassista che sciopera a Milano e che vorrebbe tanto spaccare tutti gli smartphone del Paese. In comune vi è il rifiuto cronico di ogni innovazione tecnologica e l’incapacità – più o meno colpevole – di stare al passo coi tempi e di accettare che il mercato cambia con il cambiare della società.



Quando una intera categoria di professionisti scende in piazza compatta per chiedere al Legislatore di bloccare il progresso che impedisce loro di lavorare come un tempo, si comprendono essenzialmente due cose: la prima è che quella categoria ha buoni motivi di credere che il legislatore interverrà a tutelare interessi corporativisti, visto che esistono innumerevoli precedenti; la seconda è che quella categoria è stata incapace di evolversi, ma non perché composta da stupidi, ma perché non ha mai temuto di perdere il primato nella fornitura di un certo servizio.



Ciò premesso, si comprendono anche le ragioni per cui i tassisti sono scesi in piazza a protestare contro Uber, e non certo per la prima volta.

Uber offre la possibilità di prenotare vetture con autista sfruttando una semplice app e, già prima delle proteste dei tassisti, era attiva in molte grandi città del mondo proprio grazie alla sua struttura digitale e all’autonomia dei singoli autisti. L’ulteriore evoluzione di Uber, ancora più dolorosa per i tassisti, è stata Uber Pop, cioè il servizio low cost al quale può accedere chiunque. In sostanza, ci si candida sul sito di Uber come autista (rispettando requisiti minimi di sicurezza) e si può diventare autisti, lavorando con la propria auto.

Uber comunque non arriva impreparata sul mercato, né ha inventato qualcosa di nuovo. Basta una rapidissima ricerca su google per rendersi conto che nelle principali città italiane esistono già servizi di car sharing e che sono sempre più richiesti.



Le ragioni dell’evoluzione del mercato dello sharing sono non soltanto nella digitalizzazione della società ma soprattutto nell’impoverimentodella stessa.

Internet ci sta dando l’illusione di vivere in una società avanzatissima dove non esistono più differenze tra ricchi e poveri, perché internet costa poco ed offre servizi gratuiti ai quali può accedere anche un bambino senza un soldo. Non possiamo nascondere, però, che la tassazione sempre più pesante sta rendendo difficile a tutti mantenere la proprietà di un’auto o di una casa o acquistare beni costosi dei quali si farebbe un uso non molto frequente.

Se un tempo l’auto poteva facilitare il lavoro di un professionista e dunque contribuire al suo profitto, oggi  è più che altro un peso morto poiché il suo mantenimento è eccessivamente oneroso. Lo stesso dicasi per la casa di proprietà, che da lusso è divenuto onere, perché non produce alcuna rendita finché ci vivi all’interno.

E’ sorta dunque la necessità di rendere più utile il possesso di certi beni, e lo sharing ne è la risposta. Lo sharing permette al consumatore di diventare fornitore di un servizio sfruttando beni e capacità di cui già dispone. Abbatte la barriera che le corporazioni hanno tentato di mettere all’ingresso di taluni mercati ove i servizi offerti erano di così bassa specializzazione da poter essere offerti da qualunque privato.

Ormai la stragrande maggioranza della popolazione adulta sa guidare un’auto, dunque il mestiere del tassista diviene obsoleto quanto quello dello scrivano medievale. Se un tassista vuole continuare a guadagnare, dunque, deve giocare innanzitutto sulla facilità di reperibilità e sui costi del servizio: elementare, Watson. In altre parole, deve far in modo che io scelga di andare a Roma usando il treno, e poi spostarmi in città usando un taxi, piuttosto che farmi l’intero viaggio in auto per poterla poi sfruttare anche in città. E tutto questo devo poterlo pianificare in dieci secondi su una app.



I tassisti italiani avrebbero potuto prendere subito il monopolio della fornitura di questo servizio, creando un sistema simile ad Uber per organizzarsi, o unendosi proprio ad Uber. Invece, per anni, hanno tentato di calciare via il barattolo ricorrendo all’intervento del Legislatore per mantenere la distinzione tra consumatore e fornitore del servizio.



Il discorso, comunque, potrebbe essere esteso a qualunque servizio poco specializzato o non specializzato: giardinaggio, babysitting, lavori in casa, assistenza informatica, persino piccole riparazioni ad auto o altri mezzi, e via dicendo. Qualunque cosa sappiate fare e che potete fare con mezzi poco costosi, può diventare un business sfruttando internet ed offrendovi di farlo a chi ne ha bisogno. Tutto sta nella facilità con cui utente finale e fornitore possono incontrarsi, e le app come quella di Uber sono la risposta.



Non è dunque utopico pensare che in futuro ogni nostra passione possa diventare un business grazie a semplici app, e che dunque sempre più categorie di professionisti (che di specializzato hanno sempre meno) diventeranno obsolete e andranno scomparendo. Grazie ad internet, per fare un ulteriore esempio, ragazzi di neanche diciott’anni imparano come smontare e rimontare un motorino, rendendo del tutto inutile il ricorso ad un meccanico: se un ragazzo di sedici anni può riparare uno scooter per 10 o 20 euro perché per lui è un divertimento, il meccanico non sarà più conveniente. Quello che doveva essere solo un consumatore (ragazzo di 16 anni) diventa improvvisamente fornitore di servizio (riparazione scooter), e se dai a questo ragazzo una app che lo mette in collegamento con chiunque abbia uno scooter rotto nei dintorni, quel ragazzo asfalterà tutti i meccanici della zona.



I più accorti obietteranno che un meccanico iscritto all’albo o un tassista professionista potranno essere citati in giudizio in caso di danni o comunque hanno obbligo di garantire alcuni standard di qualità. E’ vero, ma una causa civile è lenta e costosa, dunque ci sarà sempre chi preferisce rischiare affidandosi al servizio di un amatoriale che può offrire lo stesso servizio a prezzi molto più bassi. E se parliamo di una società dove la classe media vive con standard di vita che altrove sono considerati da lower class, allora comprendiamo come questo rischio sarà la scelta comune di moltissimi.



Ora, tornando al punto focale della questione: cosa accadrà con Uber? Cosa farà il governo?

Semplicemente farà due calcoli. Dovrà capire quanto sia esteso il fenomeno car sharing, poiché ogni utente ed ogni fornitore in questo mercato sono degli elettori uniti da un medesimo interesse, dunque una lobby. Se questa lobby risulta essere più grande (=portare più voti) dei tassisti, il governo non farà nulla.

Non ci è possibile quantificare il fenomeno in termini numerici esatti, ma come già detto, una ricerca su google può dare l’impressione di quanto si stia estendendo e di quanto potenziale abbia.

I tassisti, dal canto loro, sono ancora in tempo per tirare la testa fuori dalla sabbia e seguire l’antico mantra: se non puoi sconfiggere un nemico, unisciti a lui.

Tag : Berlusconi, capo dello stato, presidenzialismo, riformacostituzionale
Sun, 25 May 2014 21:05:00

La riforma costituzionale del nulla

E' prematuro spendere troppe parole sui tecnicismi della riforma costituzionale di questo Governo. Probabilmente ci saranno ulteriori modifiche e per il momento i dettagli forniti con le slide sono troppo pochi per un'analisi approfondita. 
La sostanza delle riforme però è ben chiara, la ratio che vi è dietro altrettanto, per cui almeno su queste si può dire qualcosa. Di negativo, ovviamente.

Prima di tutto bisogna capire in che modo nasce l'idea di fare una riforma, in qualsiasi àmbito.
  • Qualcuno individua la ripetizione sistematica di un problema all'interno del sistema di riferimento, ogni volta che questo viene messo in funzione.
  • Stabilito che il problema sia dovuto al sistema in sé e non semplicemente ad un cattivo funzionamento dello stesso, si ricercano nel sistema l'elemento (o gli elementi) che sono causa di quel problema.
  • Individuati gli elementi causa del problema, si fa un progetto di revisione del sistema.
  • Possibilmente, prima di procedere con la revisione e la riforma, si fanno simulazioni del funzionamento del nuovo sistema, per capire se il problema sia stato rimosso. Nel caso specifico delle riforme costituzionali, quest'ultimo punto è abbastanza problematico, poiché una eventuale simulazione sarebbe puramente intellettuale. 
Qualunque Governo del mondo è costantemente tra il primo ed il secondo punto. Individuano n-problemi, tutti più o meno inventati o conseguenza dei veri problemi, e ricercano soluzioni altrettanto campate in aria. La naturale conseguenza di questo lavoro sull'aria fritta è, ovviamente, il nulla

Il Governo Renzi sta avendo il coraggio di spingere il nulla molto oltre, fino al punto tre. Peccato che il Governo Renzi non sappia o finga di non sapere quale sia il problema che si ripete sistematicamente nelle istituzioni. Per sopperire a questo elemento essenziale, per mascherarne l'assenza, il Governo Renzi si sta cimentando in una profusione di progetti di riforma, ove ognuno vede la soluzione ad un problema che ha già nella testa, ma che non è mai stato circoscritto davvero, con  precisione, dal Governo. 

Il problema che un Governo onesto avrebbe dovuto individuare sta nella concezione stessa di Legge e dei poteri dell'assemblea elettiva.
L'attuale sistema istituzionale italiano dovrebbe funzionare in un gioco di contrappesi tra Parlamento (potere legislativo) e Governo (potere esecutivo), l'uno controllore dell'altro. Da sempre, tuttavia, in questo sistema esiste un terzo attore importantissimo, i partiti politici.
I partiti politici si sono posti come mediatori tra Governo e Parlamento e tra Legge e Realtà.

Nel primo caso, ponendosi come ponte tra potere esecutivo e legislativo, hanno annullato qualunque sistema di contrappesi, armonizzando l'azione tra le due istituzioni. A prima vista sembrerebbe un vantaggio, ma il risultato di questa armonia è il potere assoluto del partito che ha preso il monopolio decisionale. E si sa che le situazioni di monopolio non portano mai alcun vantaggio al consumatore finale, poiché il monopolista non ha alcun rinforzo negativo in caso di comportamenti scorretti.

Per spiegare il secondo caso, quello di mediazione tra Legge e Realtà, devo però premettere una cosa: con "Legge" intendo non l'atto formale prodotto dall'attività legislativa del parlamento, bensì la norma generale ed astratta che mette per iscritto ma non modifica quegli usi e costumi di successo selezionati dalle società umane anche prima di darsi ordinamenti statali o costituzioni. Rientrano in questa concezione non solo le usanze come "pacta sunt servanda" (i patti vanno rispettati) che sono alla base dei rapporti economici tra umani, ma anche la concezione del valore dell'essere umano stesso.
Con una simile concezione, Legge e Realtà potrebbero benissimo essere la stessa cosa. La Legge sarebbe, insomma, una norma ricavabile dallo studio dell'azione umana e posta a difesa di essa.
Se in ogni società umana è universalmente riconosciuto che il rispetto di un patto sia essenziale, un intervento dello Stato mirato a stravolgere questa consuetudine è una violenza commessa sugli individui e sulla società. Purtuttavia, attraverso norme chiamate "legge", il Parlamento ha fatto anche questo: ha permesso che lo Stato potesse non rispettare i patti contratti con i suoi cittadini, indebitandosi all'infinito e privando il cittadino di ogni mezzo per costringere lo Stato a pagare quanto gli è dovuto. Al contrario, però, la medesima "legge" impone al cittadino una precisione svizzera nei pagamenti allo Stato. 
E' soltanto un esempio, ma come questo se ne potrebbero fare molti altri.
Nel suo lavoro di mediatore tra Legge e Realtà, dicevo, il partito ha fatto credere che in alcuni casi (stabiliti da lui arbitrariamente) la Legge possa essere modificata, erosa, fornita di eccezioni, per adeguarsi non alla Realtà, ma ad un concetto di realtà che il partito vuole costruire da zero; ad una sua visione di realtà, insomma. 

Potrebbe sembrare speculazione teorica senza fondamento, ma a causa di questo modo di concepire la Legge, abbiamo un parlamento che può legiferare su ogni aspetto della vita degli individui e del funzionamento della società, con una serie di norme che hanno sostanza di provvedimento particolare e che stravolgono le normali interazioni tra individui.
Quando chiedete una riforma sul mercato del lavoro, per esempio, state semplicemente dicendo allo Stato di immaginare un altro mercato del lavoro e di provare a crearlo tramite altre norme, come il legislatore fosse un dio onnisciente capace di far funzionare le cose laddove esistono milioni di attori con altrettanti obiettivi differenti.

Premesso ciò, ritorno sul punto che avevo abbandonato: qual è il problema che avrebbe dovuto individuare il Governo?
Risposta: la confusione tra potere legislativo e potere politico. L'uno difensore della Legge, l'altro produttore di norme particolari avendo come scopo quello di direzionare gli sforzi dell'apparato statale su un problema o un altro. 

Essendo tali poteri confusi, accade sovente che il potere politico tenti di risolvere i problemi invadendo il campo della Legge.
Ritornando all'esempio già fatto: lo Stato non paga i suoi debiti e viene meno ai patti. Il potere politico, anziché intervenire sulle finanze ed evitare a priori che lo Stato si ritrovi in una situazione del genere - come fa ogni imprenditore da oggi a 10.000 anni fa - il potere politico, dicevo, invade il campo della Legge e stabilisce che lo Stato può anche non pagare perché esistono interessi superiori (sic!) da tutelare. 

La soluzione viene da sé. Anzi, sono innumerevoli, le soluzioni in campo pratico. In linea generale si potrebbe dire che la soluzione sarebbe la codificazione sistematica dei diritti fondamentali e la formazione di un'assemblea (eletta soltanto da chi non ha legami con i soldi pubblici) con il compito di difendere questi diritti da ogni ingerenza del potere politico. 
Ma perché tale sistema funzioni è purtroppo necessaria una coscienza collettiva dell'importanza dei diritti fondamentali dell'uomo. Perché funzioni, un'assemblea in difesa della vera Legge dovrebbe avere l'appoggio di tutti e funzionare da vero contrappeso al potere politico, oggi assoluto.

Nelle riforme istituzionali di Renzi non v'è nulla di tutto ciò. Il problema della lentezza dell'iter legislativo è relativo. Esso è conseguenza non dell'assetto bicamerale, ma del controllo capillare che i partiti vogliono avere sulla società, e quindi della produzione di atti legislativi dettagliatissimi e compromissori, figli di accordi tra le corporazioni che i partiti difendono. La parte più lunga dell'iter è quella di discussione, infatti, e spesso inizia fuori dal parlamento, nei partiti. 
Ma il problema dell'Italia, come detto, non sta nella lentezza dell'iter legislativo. Anzi, oserei dire che la lentezza dell'iter ci sta dando il tempo di adeguarci alle leggi sempre più liberticide.

Per il resto attenderò il testo finale, giusto per speculare un po', ma sappiate da principio che qualora si facesse, questa riforma non risolverebbe un bel niente. 

Tag : governo, governorenzi, riforma, riformacostituzionale, riformasenato, senato
Thu, 01 May 2014 16:32:00

Di che partito siete, fratelli?

Quando discuto di politica con qualcuno, attaccando ogni movimento e partito del mondo, ottengo sempre l'effetto di disorientare il mio interlocutore. "Ma allora tu di che partito sei?", mi domanda, lasciando cadere del tutto l'argomento originario della discussione. Probabilmente si discuteva delle troppe tasse, o di una libertà violata, o di una riforma: non importa più. L'interlocutore, non sapendo chi ha davanti, non riuscendo a schedare l'avversario, finisce per porsi l'unico problema dell'identificazione. 
E' un atteggiamento ho riscontrato spesso anche in persone che mi aspettavo preparate o quantomeno consapevoli di ciò che stavano dicendo. 

Il punto è che in Italia, vista la situazione di monopolio ideologico che si è venuta a formare tra i falsi partiti in falsa concorrenza, non si sa più discutere di affari di Stato, né di diritto, né di libertà. 
Tutta la discussione politica, ruotando intorno ad argomenti su cui i partiti sono pressoché d'accordo, non può essere svolta ragionando sull'azione umana e su quali debbano essere i princìpi da tutelare con legge; va svolta, invece, ragionando innanzitutto su cosa dice il partito di riferimento di una data ideologia o corrente di pensiero, e su cosa dicano le opposizioni.
Forza Italia 2.0 e precedenti si sono sempre auto-definiti "liberali", pur non avendo la sostanza di partiti liberali; partendo da tale assunto, il cittadino "di destra" considererà illiberale qualsiasi proposta avanzata da qualunque altro partito, mentre prenderà per liberalismo tutto ciò che uscirà dalla bocca ufficiale di Forza Italia 2.0 (o precedenti, s'intende). 
Il rapporto "pensiero - partito" ne risulta pertanto invertito: mentre in un normale scontro politico si partirebbe dal pensiero e si finirebbe per sentirsi appartenenti all'uno o l'altro partito, nello scontro politico all'italiana accade l'esatto opposto; accade, cioè, che il cittadino si avvicina ad un partito per motivi avulsi dalla corrente di pensiero, e ne adotta gli slogan, credendoli in linea con la corrente di pensiero che il partito pretende di rappresentare.
La verità figlia dell'autorità, non del ragionamento. Tutto inizia nel partito e finisce nel partito.

Con una tale impostazione di pensiero, spesso incoerente perché i partiti modificano il loro pensiero in base alle situazioni, il cittadino italiano non è capace di discutere di politica con chi si è formato sulla base di una ben definita corrente di pensiero. Non sa discutere con chi ha studiato davvero, insomma. Non ha una linea di ragionamento e di coerenza unica, ma ne ha diverse, spezzettate, che seguono logiche di partito che non hanno nulla a che vedere con la realtà.
Pertanto, quando un liberista sfrenato attacca ogni partito sullo scenario, il cittadino non sa come gestirlo: quello sporco liberista ha detto cosa che ha detto anche Berlusconi, una volta, ma ora lo attacca. Perché? Cosa c'è dietro? Il cittadino è in panico, perché dire al liberista "hai ragione" significa ammettere che Berlusconi ha fatto una piccola incoerenza tra pensiero ed azione; ha detto, cioè, cose liberiste o pseudo tali, ma non ne ha fatta neanche mezza che corrispondesse a quanto ha detto. Ma dar ragione a quel saccente liberista significa far crollare tutto il castello di ideucce che il cittadino ignorante ha in testa da decenni. 

Il cittadino vuole un dibattito diverso, su un piano meno coerente, meno riflessivo, più pettegolezzo. Il cittadino vuole discutere delle cose fatte dal partito dell'opposizione e dire che sono sbagliate, mentre il suo partito, eh, quello sì che aveva idee giuste, ma non ha avuto tempo/numeri/potereillimitato per farle. E tutto finisce qui.
Il cittadino non si chiede se sia giusta o meno una certa riduzione di libertà: se il partito la sta proponendo, e l'opposizione non la vuole, il cittadino la sosterrà pur di dare contro all'odiato nemico. 
Quando il cittadino incontra il cittadino che ha studiato, si ritrova spaesato e vuole catalogarlo. Quando fallisce, perde interesse nella discussione e si disimpegna. Quelle riflessioni non sono più cosa sua, ma del partito; lui deve parlare, il partito deve pensare. 



Tag : Forza Italia, liberismo, libertà, movimento 5 stelle, partiti, partito, PD, PDL, politica
Fri, 25 Apr 2014 14:59:00

La crociata dei fessi contro la libertà

Mi è capitato spesso di dover spiegare cosa sia la libertà e per quale motivo, secondo me, lo Stato non dovrebbe arrogarsi alcun diritto di censura né di proibizionismo sui beni. Il più delle volte, a tale liberismo si oppone una categoria di persone che proprio non ce la fa a vivere in un mondo in cui qualcun altro compra, legge, produce o fa cose che a loro non piacciono. Tali oppositori, tra i più ottusi di ogni teoria di stampo liberista, hanno la presunzione di voler costruire un mondo a loro immagine e somiglianza, dove in qualche modo chi si comporta diversamente viene fermato dalla longa manus dello Stato.

La motivazione degli amanti del proibizionismo è sempre la stessa: se liberalizziamo tale cosa, allora tutti la faranno.
La maggior parte delle volte, questa argomentazione viene opposta a chi chiede la liberalizzazione della droghe. Liberalizzando le droghe, tutti inizieranno a drogarsi. Liberalizzando la compravendita delle armi, tutti inizieranno a spararsi all'impazzata. Liberalizzando i matrimoni, tutti diventeranno gay all'improvviso e si sposeranno. E così via.

L'amante del proibizionismo, insomma, è preoccupato per il mondo in cui vive, ma in una forma tutta egoistica: a lui piace vivere in una società in cui esistono soltanto individui di cui condivide idee e stili di vita. L'individuo fuori dal coro è un abietto e un corrotto che va isolato e additato come esempio di perdizione. 

Purtroppo, l'amante del proibizionismo è anche un individuo particolarmente miope, e gli sfugge qualcosa di fondamentale nell'osservazione della realtà: è già pieno di cose che tutti sono liberi di fare, eppure non tutti fanno le stesse cose.
L'alcol, ad esempio, più volte bersaglio dei proibizionisti, è venduto liberamente, eppure non assistiamo ogni giorno a scene in cui orde di ubriaconi si aggirano per le città, terrorizzando gli abitanti onesti ed astemi. The Walking Dead, per il momento, lo vediamo solo su Fox o il primo del mese fuori dagli uffici postali.
Allo stesso modo, la libertà di comprare e vendere droga non produrrà branchi di fattoni che vanno in giro a regalare caramelle strane ai bambini o picchiare le vecchiette davanti alle Chiese. 
E lo stesso discorso si potrebbe fare per qualsiasi attività umana oggi sia oggetto di divieto da parte dello Stato e della maggioranza della popolazione. 

Il punto è che, quando si parla di libertà, bisogna comprendere che essa non è soltanto libertà di fare, ma anche libertà di non fare. 
La libertà è potenzialità di fare qualcosa senza incorrere in una sanzione o trovare ostacoli appositamente piazzati per dissuadermi. 
Il proibizionista non ci arriva, però. Secondo il proibizionista, ogni individuo tende sempre ai comportamenti più estremi possibili, ed è dunque compito dello Stato tenere a freno tanta bestialità tramite divieti e sanzioni. 

Esiste da sempre la libertà di fare alpinismo, ma dubito che la maggioranza degli italiani lo pratichi abitualmente. Eppure è uno sport particolarmente rischioso, che secondo i proibizionisti andrebbe vietato perché tutti lo praticano e si fanno male.
Ma così come l'alpinismo, potremmo prendere centinaia, migliaia di esempi simili. C'è persino la libertà di suicidarsi lanciandosi da un ponte, ma mi pare di capire che non c'è ancora un evento su facebook del tipo "suicidio collettivo a ritmo di Happy di Pharrel Williams". 

Il proibizionista, tuttavia, si preoccupa di queste cose e crede di poterle risolvere a colpi di leggi e divieti assurdi, al fine di costruire una società dove si possono fare poche cose, ma moralmente buone, sicure e ben regolamentate. Una specie di asilo nido dai 0 ai 99 anni, fondato su precetti cattocomunisti.
Quando il proibizionista cammina per strada, non si gode la giornata, non pensa a come divertirsi o come realizzarsi, ma cerca gli individui diversi da lui e ne disprezza ogni aspetto, chiedendosi come mai lo Stato permetta simili orrori. 

Ad aiutare l'ansioso proibizionista, se l'osservazione della realtà non dovesse bastare, potrebbe arrivare anche l'economia.
L'economia ci dice che, messo un bene X sul mercato ad un prezzo P, questo verrà venduto in una quantità Q. Dimezzando il prezzo (P/2), la quantità Q venduta del bene potrebbe aumentare, ma non necessariamente del doppio. Abbassando ancora il prezzo (facciamo gratis, vogliamo rovinarci) si potrebbe raggiungere tutti i potenziali acquirenti del bene X, e quindi soddisfare tutti coloro che hanno bisogno di quel bene. C'è però un limite. Una volta soddisfatti tutti i potenziali acquirenti di quel bene, sarà impossibile crearne di nuovi. Il fatto che il bene X sia gratuito, insomma, non lo rende desiderabile a tutti i consumatori del sistema aggregato, ma soltanto a chi possa trarne un'utilità in quel momento. Il resto dei consumatori sarà indifferente verso tale bene. 
Allo stesso modo, la libertà di compiere un'attività non produrrà immediatamente il desiderio di compierla in tutti coloro che vivono nello Stato preso in esame, ma semplicemente toccherà quegli individui (pochi o molti, non si sa) che in quel momento storico possono e vogliono trarne vantaggio.

Portando l'esempio su un piano più concreto, ci basterebbe dire che la messa sul mercato di calcolatrici scientifiche gratuite, non avrà come conseguenza che tutti avranno una calcolatrice scientifica e saranno degli esperti matematici. Avrà come conseguenza, invece, che chiunque ne desideri una, potrà averla, e chi non ne desiderava una ma è curioso, potrà provarla e magari scoprirsi matematico... o capire che il 4 sulla pagella era un regalo. 

Potrei scrivere ancora molto, ma mi fermo qui, perché credo che la brevità sia spesso più efficace di una profusione di esempi e teorie adatti ad una lettura meno occasionale e più pianificata. 
Il nòcciolo del discorso è che la battaglia contro la libertà conta individui estremamente preoccupati di vivere in una società che non li rispecchia, e questi individui sono estremamente deleteri, perché la loro isteria fa breccia nei cuori pavidi degli ignoranti, e quindi nella maggioranza.
La Chiesa Cattolica ci insegna che i matrimoni omosessuali produrrebbero una società piena di lesbiche che non sanno cucinare e gay che non sanno guidare, con bambini deviati che fanno giochi perversi a cinque anni. E' risaputo, tuttavia, che la percentuale di omosessuali non varierà certamente con un divieto di legge. L'omosessuale non ha scelto di esserlo in base alle leggi del suo Stato, ma per tutti altri motivi (connaturati o meno) che io sono il meno adatto a spiegare vista la mia ignoranza in materia. E' invece certo che coloro che finora si sono tenuti nell'ombra, potrebbero svelarsi e vivere la loro sessualità nel modo più libero e pieno possibile, come è loro diritto. Un simile scenario non danneggerà in alcun modo le finanze o l'autostima del proibizionista etero-cattolico-comunista, ma questi continua comunque a opporsi all'autodeterminazione altrui, perché non gli piace e la forza della maggioranza glielo consente. E' un bambino, insomma.

Chiunque combatta contro la libertà, è un bambino pavido, ignorante ed egoista, tutto qui. 

Tag : chiesa cattolica, droga, droghe, droghe leggere, droghe pesanti, libertà, matrimoni gay, matrimonio omosessuale, omosessualità, proibizionismo, unioni civili
Thu, 17 Apr 2014 16:35:00

L'emigrazione criminalizzata

Tra le tendenze umane più meschine, vi è quella di colpevolizzare o demonizzare gli individui più benestanti della società, o comunque coloro che sembrano non patire le sofferenze della maggioranza. E' facile, per la moltitudine degli oppressi e degli invidiosi, vedere nel benestante il nemico e la causa di ogni male.
Lo Stato è consapevole di questo istinto e vi fa leva ogni volta che sguinzaglia la Guardia di Finanza su quegli esercizi commerciali ritenuti "grandi evasori". Se ricordate il caso di Cortina e dei ricchi orefici che avevano evaso milioni di euro di tasse, capirete immediatamente a cosa mi riferisco. 


Negli ultimi anni, però, non sono soltanto i "grandi evasori" ad essere stati messi sul rogo degli eretici, ma anche i migranti. Coloro che, oppressi da un sistema di tassazione criminale, hanno deciso di delocalizzare le loro imprese all'estero, o di trasferirsi oltreconfine a cercare una posizione lavorativa migliore. 

Ascoltando uno dei tanti talk show che affollano la prima serata della tv italiana, mi sono imbattuto in un operaio che inveiva contro gli emigrati, chiedendo loro se non si sentissero almeno un po' in colpa per essere scappati dal loro Paese e aver trovato un lavoro meglio retribuito all'estero. Altri, spinti dalla medesima invidia, hanno subito fatto eco all'operaio, scatenando buoni 10 secondi d'odio di cui Orwell sarebbe stato fiero. 

Fino a dieci o venti anni fa, non avremmo mai assistito a una scena del genere. Questo perché ci trovavamo in una fase in cui l'emigrazione non minacciava ancora il Governo, quindi non era criminalizzata. L'emigrato, vent'anni fa, era ancora un pioniere, un coraggioso, un esempio di italiano "che esporta all'estero la nostra eccellenza".
Ora il migrante è un esempio di italiano che non vuole pagare le tasse ad un Governo criminale e fugge dove sono più basse, sottraendosi alla colletta che fa lo Stato ed obbligando chi resta a pagare cifre più alte.
Ma la sostanza è la stessa, sia vent'anni fa, che oggi: un cittadino emigra dove le condizioni di vita sono migliori.
A cambiare è il modo di concepire l'emigrazione e la sua funzione di "protesta" non violenta. 


L'emigrazione meno intensa è quella che potremmo definire "di base", e comprende tutti coloro che ogni anno lasciano il Paese per i più svariati motivi, non soltanto economici. Questa fase è generalmente presente in ogni Paese e non preoccupa i Governi, passando per lo più inosservata.
Vi è poi una fase più intensa, che si ha quando le condizioni di vita iniziano a peggiorare e chi ne ha la possibilità si sposta all'estero. E' in questa fase che l'emigrazione viene notata dai Governi e dagli istituti di statistica.
Infine c'è la fase del grande esodo, alla quale ci avviciniamo: chiunque possa scappare, lo fa, consapevole che non c'è più nulla da fare. 

Quest'ultima fase è quella che maggiormente preoccupa i Governi, non solo perché le imprese si sottraggono al violento giogo fiscale, ma anche perché ogni abbandono rappresenta un atto di sfiducia verso il Governo in carica. E un voto in meno, ovviamente.

Quando l'emigrazione diviene esodo, il Governo risponde additando i migranti come traditori della patria. 
A questo punto le reazioni dei cittadini sono due:
- farsi una risata.
- credere al Governo e convincersi che i migranti siano traditori da riportare in patria affinché subiscano le stesse torture fiscali di chi è rimasto. 

L'opzione due, però, può esistere soltanto ad una condizione: che il Governo sia stato bravo nell'opera di indottrinamento, e cioè nel far credere che esistano valori più alti dell'individuo e del suo benessere.
Quando si pretende che un cittadino sacrifichi il suo benessere (fisico, mentale o economico è indifferente) e la sua felicità per un altro fine, allora si sta ammettendo che non esiste alcun primato dell'essere umano. Che l'essere umano è un gradino al di sotto delle sue stesse invenzioni, tra le quali figura appunto lo Stato. 
Concependo lo Stato come superiore all'individuo, è chiaro che chi non resta a farsi schiavizzare figurerà come un codardo che non vuole adempiere ai suoi doveri.

Ma se invece ammettiamo che il primato sia dell'individuo, dell'essere umano, e che esso abbia il diritto di ricercare la propria felicità ed il proprio benessere, allora la cosa si fa difficile per il Governo accusatore, perché si ritroverà immediatamente in concorrenza con il resto del Mondo. E si scoprirà debole, inetto. Perciò ha bisogno di far creder che lo Stato sia superiore: per evitare questo gioco di concorrenza e trattenere presso di sé quanti più cittadini possibili. 

La cosa sarà più chiara con la classica metafora della nave che affonda. La nave è lo Stato, i passeggeri sono i cittadini.
Ammettiamo che alcuni si rendano conto che la nave stia muovendo verso un iceberg. Questi urlano per avvisare gli altri, ma non vengono ascoltati e si tuffano a mare per salvarsi. 
L'iceberg si avvicina, altri passeggeri se ne accorgono, qualcuno ode le loro grida di allarme e insieme tentano di avvisare il Capitano, che se ne frega e continua a mirare dritto verso l'iceberg. Questi cittadini si tuffano e si salvano.
Infine, l'iceberg è a pochi metri dalla nave. Tutti lo hanno visto, ma è impossibile dirlo al Capitano, che continua a fregarsene. A questo punto, vorreste dirmi che si tuffa a mare sia un traditore? Se fino ad allora il Capitano stesso se ne fregava della rotta, e tuttora lo fa, in qual misura l'uomo che si tuffa a mare è un traditore?
Sarà, piuttosto, oggetto dell'invidia di chi non sa nuotare o non ha il coraggio di tuffarsi. Nel panico generale e nell'impossibilità di fare qualcosa, la massa rimasta sulla nave sfogherà ogni sentimento negativo nell'odio verso chi si è messo in salvo, dandogli ogni colpa, persino quella di non aver spinto via l'iceberg o di non voler morire sulla nave da veri uomini patriottici del ca.

Io credo, invece, che chiunque possa scappare debba farlo. Lo Stato dovrebbe esistere per proteggere la proprietà privata ed i diritti dell'uomo, null'altro. L'unico fine dello Stato è quello di garantire al cittadino il perseguimento della felicità, rimuovendo ogni pericolo ed ostacolo.
Nessuno presta giuramento di fedeltà allo Stato nell'atto della nascita. Nessuno ha alcun dovere morale verso lo Stato. E' lo Stato ad averne verso i cittadini. E quando lo Stato viene meno, per salvaguardare la propria felicità, il cittadino può e deve emigrare. 

Il vero tradimento sarebbe restare e impedire a se stessi e a chi ci sta intorno di essere felici. 
Che senso avrebbe vivere per pagare le tasse ad uno Stato morente per sua stessa scelta? 

Tag : delocalizzazione, emigrazione, estero, governo, immigrazione, imprese, migrazione, stato, tradimento, traditori, traditori della patria
Tue, 18 Mar 2014 23:32:00

Una buona prassi per formare i governi

Il governo Renzi è squisitamente in continuità con tutti i governi precedenti, in un modo tanto palese che, per presentarlo come nuovo, si è potuto giocare soltanto sull'età media, molto più bassa degli altri. Se avesse avuto davvero elementi innovativi, tutti li avremmo notati ed egli stesso li avrebbe sbandierati in televisione, come ama fare con le amenità quali l'equa ripartizione tra maschi e femmine (tipica del bestiame) ed il basso numero di ministeri (tuttora troppi, comunque). 
Ciò che mi sarei aspettato da un uomo che ha tanto parlato di meritrocrazia, sarebbe stato un metodo innovativo di scelta dei ministri, e quindi delle personalità competenti e dal curriculum trasparente. Dico sarei, perché ero certo che Matteo Renzi non avrebbe rotto la tradizione, nominando persone che nel mondo del lavoro non avrebbero ottenuto neanche un colloquio nei settori attualmente assegnatigli. 

A chi è pratico di internet basterà googlare i nomi di tutti i ministri per rendersi conto che mancano totalmente di conoscenze e competenze (comunque presunte), spesso in modo tanto palese da costituire una vera e propria offesa agli elettori. 

Ne riporto solo qualcuno, per farvi rendere conto:

Giustizia - Andrea Orlando, diploma di liceo scientifico
Difesa - Roberta Pinotti, laureata in Lettere.
Lavoro - Giuliano Poletti, diploma di perito agrario e nessun incarico particolare che ne giustifichi le competenze (presunte) in questo settore.
Salute - Beatrice Lorenzin, riconfermata, diploma di liceo classico e nessun incarico particolare che ne giustifichi le competenze (presunte) in questo settore.

I più esperti di gossip sapranno dirvi anche di chi sono amici o figli questi bravi signori e signore, ma a me è sufficiente mettere in evidenza quanto siano inadatti al ruolo che ricoprono. 
In Italia esistono scuole e master in strategia militare ed affini, ma noi abbiamo una laureata in Lettere nel ministero della Difesa, immagino perché sconfiggeremo i nostri nemici con la cultura e i libri. 
Alla Giustizia abbiamo un semplice diplomato al liceo scientifico, quando potrebbero starci fior di ricercatori nel campo giuridico, ma immaginiamo che il signor Orlando sia un luminare incompreso.
Poi abbiamo un perito agrario come Ministro del Lavoro. Io immagino i ragazzi che escono dall'istituto agrario del mio paese e me li figuro come ministri, e vi assicuro che - con tutto il rispetto per la materia agraria - provo un forte disagio nel sapere che le politiche sul lavoro le svolgerà una persona con le loro conoscenze. 

Ed infine abbiamo una diplomata di liceo classico al ministero della salute, seppur in Italia si contino schiere di ricercatori che guadagnano cento euro al mese dando ripetizioni ad altri futuri disoccupati.

Credo, comunque, che si tratti di scelte volute: il messaggio che vuole lanciarci Matteo Renzi un messaggio di speranza; non bisogna perdere la fiducia, perché più si è  fancazzisti, più è  alta la probabilità di ricoprire alti incarichi pubblici. 
(Consiglio, in tal proposito, la lettura di "Una storia semplice" di Leonardo Sciascia)


LA BUONA PRASSI

Da un meritocratico, dicevo all'inizio, mi sarei aspettato l'introduzione di una prassi costituzionale nuova ed efficace, capace di produrre ministri non dico santi, ma quantomeno presentabili ai cittadini. 

Come da sentenza della Corte Costituzionale, le prassi costituzionali possono avere vero e proprio rango costituzionale qualora siano in armonia con i princpi della Carta. Ovviamente, perché si possa parlare di prassi, sono necessari due elementi: la ripetizione sistematica del comportamento nel tempo e la convinzione che esso sia giusto.
Ma, prima di ciò, è  necessario che qualcuno la segua per primo.

Un vero meritocratico avrebbe invogliato tutti gli istituti privati di ricerca a stilare una lista dei loro elementi migliori, presentandone i meriti, le competenze ed in generale tutto il curriculum attinente alla materia. Tali istituti avrebbero poi certificato anche:
- che il candidato ministro non ha mai ricevuto soldi pubblici e tuttora non ne riceve. 
- che il candidato ministro non ha mai ricoperto incarichi in aziende, banche o fondazioni pubbliche o partecipate dal pubblico, e tuttora non ne ricopre. 
- che il candidato ministro non ha parenti o legami di sorta con i parlamentari della legislatura in corso, con il Presidente della Repubblica, con i membri dell'esecutivo uscente, né con membri del CSM o del Consiglio di Stato.

Soltanto i candidati che soddisferebbero tutti i requisiti richiesti finirebbero sulla lista degli istituti, che ne garantirebbero l'affidabilità mettendoci la faccia e, quindi, pubblicizzandosi anche. 

In questo modo, il meritocratico Matteo Renzi avrebbe avuto nel giro di alcuni giorni una lista di persone, poche forse, nella quale pescare i nomi almeno per i ministeri più importanti.
Avrebbe così lanciato la prassi di selezionare, per l'esecutivo, persone ampiamente competenti nella materia loro assegnata, ma soprattutto slegate da ogni altro politico o interesse partitico di sorta. 

Non nascondo che potrebbe essere una prassi con le sue falle, ma sarebbe un buon inizio per iniziare  scardinare il potere dei partiti, che da sempre producono governi assemblati con amici e parentucoli che hanno bisogno di un po' di visibilità e uno stipendio di lusso. 

Da Matteo Renzi abbiamo ottenuto solo "facce nuove", che mi risparmio di associare a voi sapete cosa, ma del cambiamento non v'è neanche la lettera iniziale. 
Il crimine continua a proliferare. 


[In questi mesi sono stato fermo a causa del terremoto che ha avuto come epicentro Piedimonte Matese. Con questo articolo riprendo l'attività sul blog, con la speranza che gli americani abbiano smesso di lanciare bombe nelle profondità della terra per provocare terremoti in aree che erano più densamente abitate nel neolitico che attualmente.]

Tag : codardia, costituzione, crimine, crisi, disoccupazione, governo, governorenzi, matteorenzi, meritocrazia, parassiti, PD, PDL, politica, prassi, renzi, stato
Mon, 24 Feb 2014 00:22:00

Il socialismo spiegato ai bambini

Un professore di economia dell’Università Tech-Texas ha raccontato di non aver mai bocciato nessuno dei suoi studenti, ma che una volta si è trovato invece a dover rimandare una classe intera.Pare che gli alunni di quella classe insistessero sulla presunta efficienza del socialismo, che ritenevano essere un sistema equo. Un sistema in cui non ci sarebbero stati né ricchi né poveri.
Il professore propose allora agli studenti: “Ok, faremo un esperimento sul socialismo proprio in questa classe..” Così il voto assegnato ad ogni studente sarebbe stato calcolato come una media dei voti reali di tutti gli studenti. Ci sarebbe stato un unico voto, nessuno sarebbe stato bocciato e nessuno avrebbe preso una A (negli Stati Uniti una A corrisponde al nostro 10).

Dopo il primo esame, venne fatta la media dei voti ed a ciascuno studente venne assegnata una B. Quelli che avevano studiato tanto e si erano impegnati erano arrabbiati, e quelli che avevano studiato poco erano invece felici e soddisfatti. Quando fu il tempo del secondo esame, chi aveva studiato poco al primo studiò ancor meno, e gli studenti che avevano invece studiato tanto per il primo pensarono di voler anche loro un “pasto gratis” e studiarono solo un po’.

Il voto medio del secondo esame fu una D! Nessuno era contento. Quando arrivò il terzo esame, il voto complessivo fu una F. Con il susseguirsi degli esami, il risultato non migliorò mai perché i litigi, le accuse e gli insulti crearono un atmosfera di malumore e rancore, e nessuno voleva studiare per il bene altrui.

Con loro grande sorpresa, tutti persero l’anno e il professore disse loro che il socialismo alla fine fallisce sempre perché quando la ricompensa è alta, lo sforzo per ottenerla è grande, ma quando il governo prende per sé la ricompensa, nessuno proverà o vorrà sforzarsi ed eccellere. Più semplice di così non potrebbe essere.

Ecco cinque lezioni di questo esperimento:

Non si può imporre per legge che un povero sia ricco, imponendo per legge che il ricco non lo sia più;
Ogni volta che una persona riceve qualcosa senza aver lavorato per essa, c’è da qualche parte un’altra persona che deve lavorare senza ricevere niente in cambio;
Il governo non può dare niente a nessuno se non ha prima preso qualcosa a qualcun altro;
Non si può moltiplicare la ricchezza dividendola;
Quando metà delle persone si accorge che non è proprio necessario lavorare perché l’altra metà si prenderà cura di tutto, e quando l’altra metà che non ha senso lavorare perché qualcun altro se ne prenderebbe i frutti, quello è l’inizio della fine di ogni nazione.
Penso sia utile per chi ancora abbia problemi a capire le ragioni del disastro economico italiano e di quali siano le prospettive da attendersi visti gli ultimi ed ulteriori aumenti di tasse e regolamentazioni. Storiella ottimista (..) di inizio anno, buon 2014!

E si salvi chi può.


Originale di Riecho, pubblicato su Movimento Libertario

Tag : codardia, costituzione, crimine, crisi, disoccupazione, governo, governorenzi, matteorenzi, meritocrazia, parassiti, PD, PDL, politica, prassi, renzi, stato
Thu, 09 Jan 2014 14:19:00

Forconi alla deriva

Qualche giorno fa parlai del programma del Movimento dei Forconi, ma non trovai il tempo di fare previsioni sull'esito delle loro proteste. Poco male. Il recente fallimento, evidente a chiunque non si lasci ingannare troppo dalla televisione, ci permetterà di analizzare meglio le cause di una deriva preannunciata.

Il Movimento dei Forconi è un movimento politico senza leader. Mi direte che ha un fondatore di nome Mariano Ferro, col carisma di Romano Prodi nei suoi momenti di pennichella più intensa, ma è irrilevante.
Il Movimento dei Forconi non si muove seguendo un leader, come accade per il M5S, ma si muove seguendo solo ed esclusivamente la pancia
Ogni singolo membro del MdF è leader di se stesso e l'unico compito della sua classe dirigente è quello di coordinarne l'azione, organizzando i presidi e le proteste sul territorio. 

I punti deboli del Movimento dei Forconi sono essenzialmente tre: 
1. Assenza di un leader/megafono;
2. Assenza di uno scopo preciso e di step per raggiungerlo;
3. Contaminazione tra più linee politiche e di pensiero differenti; 

L'assenza di un leader/megafono non è al primo posto per caso. Un leader sul modello di Grillo si pone come snodo principale delle informazioni. Raccoglie le informazioni provenienti dal mondo della politica, le elabora e le rilascia ai seguaci con una sua interpretazione, dicendo loro cosa pensare e cosa provare relativamente ad alcune istanze. 
L'unitarietà di sentimento e di pensiero che ne deriva permette al M5S di esistere a lungo e di portare avanti campagne lavorando in massa. Al suo interno non esistono ulteriori megafoni che si pongono come "centro di distribuzione di idee". 
Beppe Grillo, anche grazie al suo blog, è ormai il megafono più forte nel M5S, ed il risultato è che finché esisterà lui, esisterà il M5S. 
A Mariano Ferro, invece, mancano gli strumenti per diventare il megafono principale del Movimento dei Forconi: un blog che raccolga tutti i seguaci e il carisma necessario a fomentarli e porsi come "primo sacerdote". 
Conseguenza di questa deficienza è , inevitabilmente, l'esistenza di numerosissimi piccoli megafoni interni al movimento, o addirittura l'inesistenza di centri di distribuzione di idee. Più la portata dei megafoni è ridotta, maggiore sarà il loro numero, fino a tendere all'assurdo che ognuno è megafono solo di se stesso. Ergo, ognuno protesta finché gli va e finché politici e televisione riescono a dare gli input necessari a mantenere viva la rabbia. 
La maggior parte dei politici si è astenuta dal commentare le proteste, limitandosi alle solite raccomandazioni di rito: niente violenza, rispetto per chi esprime le proprie idee, niente violenza, niente violenza. Perché la violenza sarebbe contro di loro. L'astensione dal commentare è stata una precisa strategia: l'assenza di un megafono forte ha fatto sì che ognuno scendesse in piazza spinto da una rabbia generata intimamente, non da una rabbia "distribuita" da un leader capace. Tale rabbia era quindi nutrita dalla condotta criminale dei politici. Tacendo, i politici hanno permesso alla rabbia di sbollire. E mancando un leader, nessun altro l'ha fomentata. E le proteste si sono frammentate, ridotte. 

L'assenza di uno scopo preciso è diretta conseguenza del punto precedente: senza un capitano a tracciare la rotta, la nave va avanti per inerzia, sospinta  a caso da venti e correnti. 
Ma una nave che va avanti a caso, non è la nave di nessuno. Il Movimento dei Forconi è senz'anima, è solo un gruppo di imprenditori e lavoratori stanchi di dare i loro profitti allo Stato e scesi in strada per urlare esattamente questo. Non per proporre qualcosa. 
Il loro programma, se così si può definire, non è neanche consequenziale a quelle che loro accusano come cause dei loro mali. E' un programma pieno di richieste di finanziamenti che mal si combina ad una protesta contro l'alta tassazione. 
A parte chi ha voglia di urlare e di arrabbiarsi insieme agli altri, nessun altro può trarre profitto dalle proteste dei Forconi. 
Questa mancanza è stata in parte coperta dall'uso di twitter e degli slogan, che hanno impedito un vero e proprio dibattito serio e ragionato a favore dei discorsi di guerra. 

C'è infine il problema della contaminazione tra più pensieri differenti. Il Movimento dei Forconi è apartitico e la sua assenza di anima permette a chiunque di fare sua la manifestazione. 
Casapound non si infiltra per caso. Casapound non è capace di raccogliere tante persone in un solo posto, perché non è altro che un insieme di circoli frequentati da fascistelli che nessuno prende sul serio. Perciò deve infiltrarsi nelle manifestazioni altrui e tentare di diventarne il megafono sul momento. Purtroppo non ci riesce, e finisce solo per spaccare qualche auto. 
Ma come Casapound, tanti altri all'interno del Movimento stesso non sanno cosa pensare né per cosa stanno combattendo sul serio. Dubito, anzi, che conoscano il programma. 
Ho sentito discorsi di ispirazione indipendentista, anarchica, fascista, liberale, comunista. Se il Movimento avesse davvero preso il potere, si sarebbe immediatamente spaccato. 

La loro pretesa di fare una rivoluzione era minata alla base. Un movimento che ha intenzione di fare la rivoluzione deve innanzitutto presentarsi come concorrenza efficiente rispetto al regime esistente. Deve coesistere come governo ombra, come vera e propria opposizione fuori dal parlamento, con personalità capaci di contrapporsi in competenza e credibilità. Deve, insomma, sembrare pronto a subentrare al regime esistente, senza far sorgere la paura per il vuoto di potere che si creerebbe nella fase di transizione. 
Ma di questo parlerò più diffusamente in altri articoli, forse. 

In conclusione, possiamo dire che il Movimento dei Forconi è un fenomeno alimentato dai politici stessi - volontariamente o involontariamente - che resta coeso solo perché d'accordo sulle cause del problema, ma non ha idea di quali siano le soluzioni. 

Tag : 9 dicembre, beppe grillo, casapound, forconi, m5s, mariano ferro, movimento 5 stelle, movimento dei forconi
Sat, 21 Dec 2013 17:04:00

Analisi delle linee programmatiche dei Forconi

Da un movimento che si ispira all'attrezzo agricolo classico delle rivolte contadine, non mi aspettavo certo un programma politico dettagliato e fattibile. Così, quando ho scoperto il loro sito internet, non mi sono sorpreso di trovarmi davanti ad una lista di obiettivi persino più sgangherata  di quella del M5S. Definirli obiettivi, anzi, è anche troppo. Sono desideri, più che altro. Sogni. E che io sappia non esiste una lista cosiddetta estesa, o dettagliata, che dia qualche informazione in più. 


Le linee programmatiche si aprono con una premessa che parla della dignità del popolo siciliano e di sovranità monetaria, alimentare, sui beni culturali, sull'ambiente e quant'altro. Il popolo siciliano prima di tutto. C'è persino una minaccia di ricorrere alla secessione, qualora non dovessero essere ascoltati, ma subito dopo si smentiscono: vogliono il pieno rispetto dello Statuto della Regione Sicilia, il che significa che la Regione ha diritto a fondi supplementari che lo Stato estorce alle regioni più produttive per darli alla Sicilia. Tutto ciò, senza Stato, e quindi con l'indipendenza, sarebbe impossibile. 

Dopo questo incipit promettente, inizia il lungo elenco di desideri. 

LA TRASPARENZA di ogni atto amministrativo e finanziario dell’amministrazione regionale con pubblicazione immediata e motivata su internet di ogni azione di governo ( nomine, spese, consulenze, rimborsi, attività dei parlamentari ecc..).

Già esiste, ma probabilmente a livello locale ci sono ancora lacune nell'uso dei computer. Niente di strano, visto che il personale delle PA non ha alcun motivo di aggiornarsi, essendo assunto a tempo indeterminato e non vincolato dalla competitività sul mercato del lavoro. 

L’EQUITA’ SOCIALE con abolizione totale dei privilegi (vitalizi, rimborsi, auto blu, benefit di vario tipo) e riduzione sostanziale degli emolumenti dì deputati, consulenti ed amministratori della cosa pubblica di nomina “politica”. Reinvestimento vincolato delle somme così risparmiate a favore dell’ISTRUZIONE , della formazione professionale e dell’inserimento lavorativo delle classi sociali più svantaggiate.

I risparmi sarebbero nell'ordine di poche decine di milioni di euro, che spalmati su una intera Regione (ammesso che parliamo solo della Regione Sicilia) sarebbero poche centinaia di migliaia di euro per provincia. Che spalmati su tanti Comuni, sarebbero briciole. Comunque non sarebbe una riduzione della spesa pubblica, quindi non ne seguirebbe una diminuzione delle tasse. Buona, comunque. 

Dopodiché si parla di CONTRASTO AL SISTEMA CLIENTELARE politico-affaristico-mafioso. Non sto a citare perché sarebbe lungo, ma riassumo brevemente. 
Si chiede la "sburocratizzazione" delle procedure amministrative, una fantomatica legislazione anticorruzione dai contenuti lasciati all'immaginazione del lettore, la "reale tutela della segretezza" in sede di voto (ed anche stavolta senza dirci come), trasparenza nelle nomine per incarichi pubblici e, cito, "IL SUPERAMENTO del precariato mediante qualificazione professionale mirata, con riserva di posti nei pubblici concorsi ed incentivi economici e fiscali per chi sceglie l’imprenditoria personale.

Tutti obiettivi lodevoli, ma privi di sostanza. Un lettore discretamente informato desidererebbe qualche informazione in più per comprendere in che misura tali obiettivi possano essere raggiunti. L'ultimo punto, sugli incentivi, non è altro che un ulteriore aumento di spesa pubblica privo di copertura. Esistono già degli incentivi all'agricoltura, se è ciò che vogliono i Forconi, ma ovviamente non sono per tutti. Se ne desiderano di più, significa che devono (dobbiamo) pagare di più
Le intenzioni saranno anche buone, ma non vedo coperture economiche né uno straccio di proposta per attuarle. 

Ora arriviamo al più bello, si parla di rilancio dell'economia interna con i cavalli di battaglia tipici di socialisti e statalisti. Quegli stessi cavalli che continuano a non portare vittorie. 
Ancora una volta troviamo incentivi per formare personale qualificato presso le PMI, per assumere personale qualificato, per riconvertire i centri commerciali in complessi che fanno tutt'altro, per fare pubblicità e per preservare in generale il territorio. Insomma, ulteriore incremento pazzo della spesa pubblica, senza specificare quali tasse andrebbero alzate per finanziare tutto ciò. 
Di mezzo c'è anche un reddito di cittadinanza minimo, senza ulteriori informazioni su come darlo, a chi, e da chi prendere questi soldi. 
Infine, la più bella: stampare moneta appositamente per la Sicilia, per rilanciare i consumi interni. 
Questo significa che la Sicilia dovrebbe avere una banca centrale capace di stampare moneta fiat (carta straccia il cui valore è dato per legge, come lo era la Lira, come è l'Euro) per favorire gli scambi interni con una moneta svalutata. In genere, con monete di questo genere si favorisce la domanda esterna, poiché in un mercato con una moneta che non vale niente, si compra tutto a poco se si ha una moneta più forte. E' quello che facevamo noi con il resto del mondo quando usavamo la svalutatissima Lira. Il problema è che finché si esporta soltanto, la cosa funziona, ma quando si tenta di acquistare, sorge un problema: chi accetterebbe una moneta svalutata e garantita da una banca centrale siciliana, col rischio che nel giro di un mese l'inflazione farà crollare ulteriormente il valore di quella moneta? Ma nella Sicilia stessa, per quale motivo un cittadino X dovrebbe accettare contanti in Lira Siciliana (chiamiamola così) quando c'è l'Euro il cui valore sarebbe molto più stabile? 
Ammettiamo che il tasso di cambio Euro/Lira Siciliana sia ancora di 1. 
Vendo un'auto per 10.000 Lire Siciliane (uguali a 10.000 euro) e conservo questi soldi sotto un materasso o nella mia banca di fiducia. Tempo un anno, la BCS (Banca Centrale Siciliana) decide che serve maggiore moneta in circolazione per stimolare i consumi, e stampa ancora follemente altra carta straccia. Il valore di quelle 10.000 LS calerà a causa dell'inflazione indotta dalla BCS, e la mia riserva di ricchezza sarà più che altro un "fondo caffè e cappuccino per due settimane."
Lo stesso problema non si verificherebbe con l'Euro, il cui valore è più o meno stabile, molto più stabile di quello di una moneta stampata.
E' follia, ma questa gente è ancora convinta che stampare denaro sia un modo per rilanciare l'economia. Infatti l'Italia, stampando denaro, ha lanciato la sua economia giù da un burrone. Altro che euro. 

Ma andiamo oltre, alla categoria "equità fiscale". 
Impignorabilità della prima casa e dei mezzi di lavoro (e quando mai no, ma ok, giusta), riscossione dei tributi in mano ai Comuni, nomina di una commissione d'inchiesta sugli sprechi di denaro pubblico, IVA scaricabile. 
Queste mi sembrano battaglie fattibili anche senza troppe specifiche tecniche di contorno. 

Poi cito: 

LA VALORIZZAZIONE DEL PUBBLICO IMPIEGO con:

a)ADEGUAMENTO DEI LIVELLI RETRIBUTIVI ATTUALI mediante integrazione con moneta complementare siciliana;

b)RIDEFINIZIONE DEGLI ORGANICI , QUALIFICAZIONE DEL PERSONALE E PARI OPPORTUNITA’ DI CARRIERA.

Pura.Retorica.Senza.Senso.
Vogliono pagare i dipendenti pubblici non solo in euro, ma anche in Lira Siciliana. Il secondo punto è invece così astratto che neanche si commenta. Non si tratta di azioni legislative, ma semplicemente di scelte di amministrazione che andrebbero imposte in sede decisionale. 

Il resto è un collage molto grillino che parla di democrazia diretta, controllo del territorio, finanziamenti ad altri istituti di ricerca e altre lotte agli sprechi. 

Alla luce di quanto ho letto, posso dire che il tutto si racchiude in una sola espressione: aumento folle della spesa pubblica. 
Gli unici tagli previsti sono quelli ai costi della politica e gli unici risparmi previsti sono le "lotte agli sprechi", i cui proventi non sono ovviamente calcolabili. Anzi, c'è il rischio che le operazioni costino più di quanto si riesca a risparmiare. 

Inoltre il programma è così generico che mancano informazioni essenziali quali:
- A chi chiediamo tutto ciò? Al Governo o alla Regione?
- Su quale territorio vanno applicate le politiche proposte? Nazionale o regionale?
Perché eccetto nei punti in cui è desumibile, non si comprende se i Forconi parlino solo della Sicilia o dell'intero territorio nazionale, ragion per cui i calcoli delle coperture e dei costi sono impossibili. 

Se avessero messo al lavoro un laureato in economia e un laureato in giurisprudenza, avrebbero avuto un programma leggibile e proponibile. Invece è un caos di idee e propaganda, null'altro. 
E' una delusione, perché almeno da questi imprenditori mi sarei aspettato un programma di stampo liberale, con nette riduzioni di spesa pubblica e maggiore spazio al libero mercato e alla concorrenza. Invece, ancora una volta, lo spirito statalista degli italiani ha prevalso sui rischi di un'economia di mercato dove vince solo chi è bravo, preferendo parlare solo di incentivi, aiuti, finanziamenti e sostegni, senza considerare che qualcuno deve pur guadagnare per mantenere questo enorme sistema di redistribuzione. 

Per me, sono bocciati, almeno sul programma. 



Tag : 9 dicembre, forconi, movimento 5 stelle, movimento dei forconi
Wed, 11 Dec 2013 00:36:00