Venezuela, il petrolio di Caracas: 300 miliardi di barili al centro delle mire americane

Il Venezuela possiede la più grande riserva di petrolio al mondo, con oltre 300 miliardi di barili certificati. Questa risorsa strategica ha da tempo attirato l'interesse internazionale, in particolare degli Stati Uniti, e influisce sulle dinamiche geopolitiche della regione.

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Con oltre 300 miliardi di barili certificati, il Venezuela custodisce la più vasta riserva di petrolio al mondo, una ricchezza sotterranea che da anni alimenta tensioni diplomatiche e strategie geopolitiche. È su questo patrimonio energetico che si concentra l’interesse degli Stati Uniti, tema rilanciato dallo stesso Nicolás Maduro prima della sua estromissione dal potere, quando accusò apertamente Washington di voler intervenire per appropriarsi delle risorse venezuelane.

L’attenzione americana non è mai stata nascosta. Donald Trump ha più volte ribadito l’intenzione di coinvolgere direttamente le grandi compagnie statunitensi nello sfruttamento dei giacimenti, prospettando investimenti miliardari per rimettere in funzione infrastrutture petrolifere ormai compromesse. Nelle sue dichiarazioni, il rilancio dell’industria estrattiva venezuelana viene presentato come una leva per generare ricchezza destinata sia alla popolazione locale sia agli Stati Uniti, indicati come destinatari di un risarcimento economico.

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Le tensioni si sono tradotte anche in azioni concrete. A metà dicembre gli Stati Uniti hanno disposto il blocco navale di petroliere venezuelane, arrivando al sequestro di due unità. Pochi giorni dopo, all’inizio dell’anno, Maduro aveva provato a riaprire il dialogo, mettendo sul tavolo negoziati che spaziavano dal contrasto ai traffici di droga fino alla gestione congiunta dei giacimenti energetici.

Secondo le stime più recenti, nel 2024 il Venezuela dispone di circa 303 miliardi di barili di riserve accertate, davanti ad Arabia Saudita e Iran. Questo volume rappresenta quasi il 18% delle riserve mondiali. La concentrazione principale si trova nella Cintura dell’Orinoco, un’area di circa 55 mila chilometri quadrati caratterizzata da greggio extra-pesante, più costoso e complesso da estrarre e raffinare rispetto al petrolio leggero.

Prima delle sanzioni imposte nel 2019, gli Stati Uniti erano il principale partner commerciale di Caracas, assorbendo quasi la metà dell’export petrolifero. Con la chiusura improvvisa di quel canale, le esportazioni venezuelane si sono drasticamente ridotte e oggi la maggior parte del greggio prende la via della Cina, spesso attraverso operazioni indirette pensate per aggirare le restrizioni internazionali.

Nel frattempo, il quadro globale della produzione energetica continua a evolversi. Nel 2023 l’estrazione mondiale di petrolio è cresciuta dell’1,6%, raggiungendo una media di 95,2 milioni di barili al giorno, senza risentire in modo significativo delle tensioni in Medio Oriente. A trainare l’aumento sono stati soprattutto Stati Uniti, Brasile, Guyana e Canada.

Tra il 2023 e il 2024, Stati Uniti e Canada hanno incrementato la produzione complessiva del 4%, arrivando a circa 26 milioni di barili giornalieri, oltre un quarto dell’offerta globale. Negli Usa, i produttori di petrolio di scisto hanno migliorato l’efficienza delle perforazioni riducendo i costi, mentre in Canada la crescita è stata sostenuta dall’entrata in funzione dell’oleodotto Trans Mountain Expansion nel maggio 2024.

Le proiezioni indicano che i paesi non aderenti all’OPEC+ aumenteranno la produzione di circa 1,5 milioni di barili al giorno sia nel 2024 sia nel 2025, superando i 54 milioni di barili quotidiani. L’OPEC, invece, dovrebbe mantenere livelli sostanzialmente stabili, con una flessione della produzione saudita scesa da 11 a 10,6 milioni di barili al giorno.

In questo contesto, il Venezuela resta un nodo strategico della geopolitica energetica. La svolta risale al 2007, quando il presidente Hugo Chávez completò la nazionalizzazione del settore imponendo alla compagnia statale Pdvsa una quota di controllo in tutte le joint venture. La decisione portò al ritiro di gruppi statunitensi come ExxonMobil e ConocoPhillips e all’avvio di lunghi contenziosi legali internazionali.

Un eventuale cambio di leadership a Caracas, con l’ascesa di una figura più vicina agli interessi americani come l’esponente dell’opposizione Marina Machado, potrebbe riaprire il mercato petrolifero venezuelano. Questo scenario favorirebbe il ritorno delle major statunitensi e l’ampliamento delle attività delle compagnie già presenti, ridefinendo equilibri economici e industriali nell’area.

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