Maternità e lavoro: cos'è la child penalty e perché essere madre pesa sul reddito
La child penalty indica la riduzione del reddito delle donne dopo la maternità, dovuta a fattori come interruzioni di carriera e discriminazioni. In Italia, il calo medio è di circa 5.700 euro all’anno, con effetti che durano nel tempo.
Diventare madre comporta spesso un prezzo economico rilevante. In Italia, le donne che hanno un figlio registrano una perdita media annua di circa 5.700 euro, una riduzione che può persistere anche a quindici anni dalla nascita. Negli Stati Uniti l’impatto risulta ancora più marcato, con una diminuzione stimata intorno ai 16.000 dollari l’anno. Questo fenomeno è noto come child penalty e nasce dall’intreccio di assenze obbligatorie dal lavoro, scelte forzate di riduzione dell’orario e minori opportunità di carriera.
La penalizzazione non colpisce allo stesso modo uomini e donne. Mentre le madri subiscono un rallentamento o un arretramento retributivo, i padri tendono a beneficiare di un effetto opposto. Nei primi cinque anni di vita del figlio, le donne in Italia registrano una contrazione salariale media del 16%, legata in gran parte al congedo di maternità. Nello stesso arco temporale, il reddito dei padri cresce fino al 40%, ampliando ulteriormente il divario.
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Nel lungo periodo, la maternità incide in modo strutturale sulla carriera femminile. Le stime indicano una riduzione complessiva del reddito che può arrivare al 53%, risultato di più fattori combinati: un calo del salario settimanale, il passaggio al part-time e un numero inferiore di settimane lavorate e retribuite. Anche quando l’impatto iniziale si attenua, la distanza rispetto ai livelli pre-nascita tende a non colmarsi.
La child penalty non è un’esclusiva italiana, ma un fenomeno diffuso a livello globale. Negli Stati Uniti, il divario salariale di genere esiste già prima della maternità: le donne che lavorano a tempo pieno guadagnano mediamente 80 centesimi per ogni dollaro percepito dagli uomini. Dopo la nascita di un figlio, la distanza aumenta ulteriormente, tanto che le madri arrivano a percepire circa 71 centesimi rispetto a ogni dollaro guadagnato dai padri, mentre per questi ultimi si parla di child premium, ovvero un miglioramento delle condizioni lavorative.
Un’analisi comparativa condotta su 134 paesi mostra come l’impatto del primo figlio sull’occupazione femminile vari in modo significativo. Le penalizzazioni spaziano da valori prossimi allo zero fino a oltre il 60%, evidenziando come la maternità rappresenti una linea di demarcazione netta tra i percorsi professionali di uomini e donne. In America Latina si registrano le riduzioni più elevate, con una media continentale intorno al 38% e punte tra il 37% e il 48% in diversi paesi.
Il quadro asiatico risulta estremamente eterogeneo: si passa da penalizzazioni minime, come l’1% rilevato in Vietnam, a livelli molto elevati che superano il 60% in Bangladesh e Giordania. Alcuni paesi, tra cui Laos e Cambogia, mostrano invece un impatto nullo. Anche l’Europa presenta forti differenze istituzionali: le nazioni scandinave mantengono valori contenuti, mentre in diversi stati dell’Europa centrale la child penalty supera il 40%.
Nel continente africano emerge una spaccatura geografica evidente. In alcune aree dell’Africa centrale la penalizzazione risulta marginale, mentre nel Nord e nel Sud del continente assume dimensioni rilevanti, con riduzioni che raggiungono il 41% in Marocco e il 28% in Sud Africa. Dati che confermano come la maternità continui a rappresentare, in molte parti del mondo, un fattore determinante di disuguaglianza economica.