Essere donne a Teheran un inchino quasi inadeguato
Discutere della condizione delle donne a Teheran richiede parole ponderate e rispettose. Ieri mattina, in uno scambio con Valentina Furlanetto su X, abbiamo riflettuto sulle sfide che affrontano in alcune parti del mondo. È importante affrontare questi temi con sobrietà, per comprendere meglio le realtà e promuovere un dialogo costruttivo, senza sensazionalismi, mantenendo un tono appropriato e rispettoso.
Breve scambio di idee, spero che le mie fossero idee, ieri mattina sull’X con la brava Valentina Furlanetto, e spero leggero come è giusto che sia quando si parla di donne, e di quel che le opprime, in certe parti del mondo soprattutto. Lei invita a riflettere che “moltissime donne ebree usano parrucca o velo”, e lo fanno “per un dettame religioso”. Io le rispondo che però in Israele non è obbligatorio, non c’è la polizia morale per la strada che controlla o arresta e spesso fa molto di peggio. Lei mi ha risposto: ma tu parli di Iran, io parlavo di Israele. Non sono cose su cui sia necessario avere tutta per sé la ragione, ma è vero, pensavo all’Iran: come si può non avere negli occhi le donne, le giovani donne del grande paese in fiamme, che vorrebbero leggere Lolita, a Teheran, e molte non potranno più, quel che avevano di vita e libertà l’hanno già donato, e al posto del velo ora hanno un sacco nero che le copre. 🔗 Leggi su Ilfoglio.it

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Essere donne a Teheran, un inchino quasi inadeguato.
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