Francesco Pannofino, dall'accento ligure nascosto a scuola all'appello a Carlo Verdone
Francesco Pannofino racconta il trasferimento a Roma a 14 anni, quando cambiò accento per superare l'emarginazione a scuola. Tra i ricordi di Boris e quarant'anni di carriera, rilancia il desiderio di lavorare con Carlo Verdone.
Un film insieme a Carlo Verdone è uno dei desideri professionali che Francesco Pannofino non è ancora riuscito a realizzare. L'attore, protagonista di una carriera quarantennale tra cinema, televisione, teatro e doppiaggio, ne parla in un'intervista al Corriere della Sera, ripercorrendo anche gli anni della formazione, il successo di Boris e il suo rapporto con Roma. A Verdone rivolge un invito diretto: «Sono anni che dico che vorrei lavorare con Carlo Verdone, e lui lo sa». I due si incontrano, si scambiano complimenti, ma una proposta concreta non è ancora arrivata.
Il legame con la Capitale nasce da un trasferimento familiare che, inizialmente, non fu semplice. Pannofino è nato a Pieve di Teco, in Liguria, e ha frequentato le scuole elementari e medie a Imperia. Nel 1972, quando aveva 14 anni, si trasferì a Roma con la famiglia. Suo padre, carabiniere, aveva chiesto di raggiungere la città perché riteneva il clima più favorevole alle proprie condizioni di salute.
L'ingresso nella nuova scuola portò con sé una difficoltà inattesa. Il suo accento ligure lo rendeva diverso dai compagni e, come racconta, nei primi tempi fu motivo di emarginazione. Per reagire imparò rapidamente a parlare romano, riuscendo così a inserirsi nel nuovo ambiente. Una trasformazione linguistica che avrebbe finito per accompagnarlo anche nella vita adulta.
Oggi Pannofino considera Roma la propria città. Abita alla Balduina, quartiere che apprezza per la tranquillità e per quella dimensione familiare che preferisce al movimento continuo delle strade del centro. Anche trascorrere il tempo in casa non rappresenta un problema: racconta di trovare sempre qualcosa con cui impegnarsi.
La strada verso la recitazione, tuttavia, non era quella immaginata durante l'infanzia. Prima avrebbe voluto diventare calciatore, salvo riconoscere di non possedere particolari qualità sportive. Pensò successivamente al giornalismo sportivo, ma si considerava poco incline alla curiosità necessaria per quel mestiere. Fu il primo incontro con il palcoscenico a indicargli una direzione diversa: recitare davanti a un pubblico, pronunciando battute studiate a memoria, gli venne naturale.
Da allora sono trascorsi oltre quarant'anni. Nel suo percorso hanno avuto un peso particolare la comicità intelligente e gli interpreti del cinema italiano del passato. Tra i riferimenti cita Totò, Alberto Sordi e Marcello Mastroianni, accanto a Stanlio e Ollio. A suo giudizio, quella stagione cinematografica possedeva una capacità di raccontare l'Italia superiore a quella di molte produzioni contemporanee.
Una parte fondamentale della sua popolarità è legata a Boris, la serie nella quale interpreta René Ferretti, regista alle prese con le contraddizioni della produzione televisiva italiana. Pannofino ricorda di aver intuito immediatamente le potenzialità del progetto durante la lettura della sceneggiatura. L'ambientazione in un mondo che conosceva direttamente e la qualità dell'umorismo lo conquistarono fin dal provino.
Quell'esperienza gli ha lasciato anche rapporti personali duraturi. Con Pietro Sermonti e Caterina Guzzanti, suoi colleghi nella serie, è rimasta una complicità che va oltre il lavoro. Ogni incontro, racconta, conserva ancora il calore di un abbraccio tra persone legate da un'amicizia fraterna.
Accanto ai ruoli davanti alla macchina da presa, Pannofino ha costruito una carriera importante come doppiatore, prestando la voce italiana, tra gli altri, a George Clooney e Denzel Washington. Il lavoro che ricorda come più impegnativo è però Forrest Gump, con Tom Hanks. La difficoltà maggiore fu restituire la particolare parlata dell'Alabama del protagonista, una prova faticosa che considera ancora oggi motivo di soddisfazione.
Ripensando alle occasioni professionali perdute, l'attore non manifesta particolari rimpianti. Considera i rifiuti una componente inevitabile del mestiere: non ottenere una parte può provocare una delusione momentanea, ma una nuova proposta permette spesso di lasciarsela rapidamente alle spalle. È con questo atteggiamento che guarda anche ai progetti ancora da realizzare, compresa la collaborazione tanto desiderata con Verdone.
Il suo impegno non si esaurisce nello spettacolo. Da anni sostiene le attività dell'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite che assiste i rifugiati. Nell'intervista spiega che la vicinanza alle persone in difficoltà non nasce dal bisogno di compensare la fortuna ricevuta nella propria vita, ma da una naturale predisposizione verso gli altri. A infastidirlo maggiormente sono gli abusi di potere e i comportamenti di chi approfitta della fragilità degli anziani, dei poveri e delle persone più deboli.
Sul versante artistico, gli impegni proseguono fino alla fine di dicembre. Tra gli appuntamenti figura lo spettacolo teatrale Rosencrantz e Guildenstern sono morti, opera di Tom Stoppard portata anche al teatro Rossini di Pesaro. A condividere il palcoscenico con lui c'è il figlio Andrea Pannofino, 28 anni, che ha scelto di intraprendere la stessa professione del padre.
Quanto al futuro, Pannofino preferisce affrontarlo senza lasciarsi condizionare dal trascorrere degli anni. È un atteggiamento che attribuisce all'insegnamento paterno: un uomo pratico, poco interessato a misurare il tempo e concentrato soprattutto sul vivere. Una lezione che l'attore continua a seguire, tra nuovi spettacoli, progetti cinematografici e quel film con Carlo Verdone che spera ancora di poter girare.
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