Eruzione come quella del Tambora, rischio di uno scenario globale per clima e raccolti
Una grande eruzione vulcanica potrebbe raffreddare temporaneamente il pianeta e compromettere i raccolti in più continenti. Le stime indicano una probabilità su sei entro il secolo, con possibili danni economici per migliaia di miliardi.
Un'eruzione vulcanica di dimensioni eccezionali potrebbe provocare conseguenze climatiche ed economiche su scala mondiale, modificando le temperature, le precipitazioni e la produzione alimentare. Secondo Markus Stoffel, climatologo dell'Università di Ginevra, le testimonianze geologiche indicano una probabilità di circa una su sei che un evento di questa portata si verifichi nel corso del XXI secolo. Si tratta di una stima statistica, non della previsione di un'eruzione imminente.
Uno degli aspetti più delicati riguarda la vulnerabilità dell'attuale sistema alimentare. Un abbassamento della temperatura media terrestre di un grado potrebbe tradursi in variazioni climatiche molto più accentuate in determinate regioni, compromettendo contemporaneamente le produzioni agricole di grandi Paesi esportatori come Stati Uniti, Cina e Russia. Le alterazioni dei monsoni, delle piogge e della quantità di luce solare disponibile avrebbero potenziali ripercussioni sulle scorte, sui prezzi dei prodotti alimentari e sulla stabilità economica di numerose nazioni.
Per comprendere la portata di un simile scenario occorre tornare al 1815, quando il vulcano Tambora, in Indonesia, fu protagonista della più potente eruzione documentata nella storia moderna. L'enorme quantità di materiale immessa nell'atmosfera contribuì a modificare il clima terrestre, provocando un raffreddamento che segnò soprattutto l'anno successivo, passato alla storia come il 1816, l'anno senza estate.
Le anomalie meteorologiche danneggiarono i raccolti in diverse aree del mondo, favorendo carestie, rincari alimentari e gravi difficoltà per le popolazioni. Il periodo fu segnato anche dalla diffusione di epidemie e da una crisi umanitaria con conseguenze protratte nel tempo. Da allora non si è verificata un'altra eruzione della stessa intensità.
Il fenomeno responsabile degli effetti climatici non dipende principalmente dalla lava o dalla cenere che ricadono nelle vicinanze del vulcano. Un ruolo determinante è svolto dal biossido di zolfo, un gas che, quando raggiunge la stratosfera, può trasformarsi in particelle sospese capaci di riflettere parte della radiazione solare verso lo spazio. La minore energia disponibile sulla superficie terrestre determina così un raffreddamento temporaneo.
Un esempio relativamente recente è rappresentato dall'eruzione del Pinatubo, nelle Filippine, avvenuta nel 1991. Il vulcano liberò circa 15 milioni di tonnellate di biossido di zolfo, contribuendo a una diminuzione della temperatura media globale di circa mezzo grado. Eventi di intensità superiore possono produrre effetti più consistenti, con riduzioni temporanee stimate anche nell'ordine di 1-1,5 gradi.
La situazione attuale presenta però una variabile ulteriore rispetto al passato. Il riscaldamento globale potrebbe modificare il comportamento delle particelle vulcaniche nell'atmosfera e, di conseguenza, amplificare alcuni effetti di una grande eruzione.
Secondo Thomas Aubry, esperto di vulcanologia fisica, una circolazione atmosferica più rapida potrebbe favorire la dispersione degli aerosol prima che le particelle raggiungano dimensioni maggiori. Quelle più piccole possono riflettere la radiazione solare con maggiore efficienza, accentuando il raffreddamento. Anche la crescente stratificazione degli oceani potrebbe contribuire al fenomeno, rendendo gli strati superficiali più sensibili alle variazioni di temperatura.
Il cambiamento climatico potrebbe inoltre interferire con l'attività di alcuni sistemi vulcanici. La fusione dei ghiacci riduce il peso esercitato sulla crosta terrestre, mentre precipitazioni particolarmente intense possono favorire l'infiltrazione dell'acqua nel sottosuolo. Si tratta di processi che, in determinate condizioni geologiche, potrebbero influenzare la dinamica dei vulcani, senza tuttavia consentire di prevedere dove o quando avverrà una futura grande eruzione.
Alla minaccia climatica si aggiungerebbe quella diretta per le popolazioni residenti nei territori vulcanici. Circa 800 milioni di persone vivono entro 100 chilometri da un vulcano attivo. Alcune aree particolarmente sorvegliate si trovano inoltre vicino a importanti centri abitati, come nel caso dei Campi Flegrei, nell'area metropolitana di Napoli. Gli effetti locali di un'eruzione dipenderebbero comunque dalle caratteristiche del singolo vulcano e dall'intensità dell'evento.
Le possibili ripercussioni economiche sono altrettanto rilevanti. In uno scenario estremo paragonabile a quello del Tambora, una valutazione di Lloyd's indica perdite potenziali superiori a 3.600 miliardi di dollari nel solo primo anno. La stima considera gli effetti di un evento capace di compromettere attività produttive, infrastrutture, agricoltura e catene di approvvigionamento su scala internazionale.
Un eventuale abbassamento delle temperature non rappresenterebbe, inoltre, una soluzione alla crisi climatica. L'effetto degli aerosol vulcanici sarebbe limitato nel tempo e tenderebbe a esaurirsi nell'arco di alcuni anni, mentre i gas serra responsabili del riscaldamento continuerebbero ad accumularsi nell'atmosfera.
La possibilità di una nuova eruzione di proporzioni eccezionali rende quindi necessaria una preparazione che non riguardi soltanto i territori immediatamente esposti. Piani di evacuazione, sistemi di assistenza, tutela delle riserve alimentari e valutazioni preventive degli effetti sulle economie nazionali potrebbero ridurre le conseguenze di un fenomeno naturale impossibile da impedire e del quale, allo stato attuale, non è possibile stabilire con precisione il momento e il luogo.
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