Oriana Fallaci, vent'anni dalla morte della reporter che sfidò guerre e potenti

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A vent'anni dalla morte, Oriana Fallaci resta una delle firme più discusse del giornalismo italiano. Reporter di guerra, intervistatrice e scrittrice, morì a Firenze il 15 settembre 2006 dopo una lunga malattia, lasciando un'eredità controversa.

Oriana Fallaci
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Il 15 settembre 2006 Oriana Fallaci moriva a Firenze, la città in cui era nata il 29 giugno 1929. Aveva 77 anni ed era malata di tumore da tempo. Dopo una lunga permanenza negli Stati Uniti, negli ultimi giorni volle rientrare nella sua città natale. Fu sepolta nel cimitero degli Allori, accanto ai genitori, con la parola «Scrittore» sulla lapide, secondo una sua precisa volontà.

A vent'anni dalla scomparsa, Fallaci conserva un posto particolare nella storia del giornalismo italiano. Inviata nei principali scenari di crisi del Novecento, autrice di interviste diventate celebri e scrittrice capace di raggiungere un pubblico internazionale, costruì la propria carriera mantenendo un rapporto diretto e spesso conflittuale con i protagonisti degli eventi che raccontava.

La sua esperienza cominciò molto presto. Figlia di Edoardo Fallaci, antifascista, partecipò giovanissima alla Resistenza durante la Seconda guerra mondiale. A sedici anni iniziò a lavorare nel giornalismo e, dopo le prime esperienze tra Firenze e Milano, approdò a «L'Europeo», il settimanale al quale rimase legata per una parte fondamentale della sua attività professionale.

Il reportage divenne presto il terreno sul quale definì il proprio stile. Fallaci seguì guerre, rivoluzioni e grandi avvenimenti internazionali scegliendo quasi sempre di osservare i fatti da vicino. Dal Vietnam al Medio Oriente, dall'America Latina al conflitto indo-pakistano, raccontò combattimenti, tensioni politiche e conseguenze umane con una scrittura fortemente personale.

Nel 1967 iniziò a seguire la guerra del Vietnam, esperienza dalla quale nacque «Niente e così sia», pubblicato nel 1969. L'anno successivo al suo arrivo nel Sud-est asiatico si trovava in Messico durante le proteste studentesche del 1968 e rimase gravemente ferita. Continuò comunque l'attività di inviata, affiancando ai conflitti anche il racconto degli Stati Uniti e della corsa allo spazio in libri come «Se il sole muore» e «Quel giorno sulla Luna».

Una parte decisiva della sua fama internazionale fu legata alle interviste ai protagonisti della politica mondiale. Fallaci affrontava gli interlocutori senza impostare il colloquio come un semplice scambio di domande e risposte. Contestava, insisteva e cercava le contraddizioni, trasformando spesso l'intervista in un confronto serrato sul potere e sulla personalità di chi aveva davanti.

Nel corso degli anni intervistò, tra gli altri, Henry Kissinger, Mohammad Reza Pahlavi, Yasser Arafat, Muammar Gheddafi, Golda Meir, Indira Gandhi, re Hussein di Giordania, Ali Bhutto, Giulio Andreotti, Pietro Nenni, Giorgio Amendola, l'arcivescovo Makarios e il generale Võ Nguyên Giáp. Molti di quegli incontri confluirono nel 1974 in «Intervista con la storia», uno dei lavori più rappresentativi della sua carriera.

Accanto al giornalismo crebbe progressivamente anche l'attività letteraria. Dopo «I sette peccati di Hollywood», pubblicato nel 1956, arrivarono «Il sesso inutile» nel 1961 e «Penelope alla guerra» nel 1962. Negli anni successivi Fallaci continuò a muoversi tra reportage, testimonianza personale e narrativa, senza separare nettamente le diverse forme di scrittura.

Nel 1975 pubblicò «Lettera a un bambino mai nato», destinato a diventare uno dei suoi libri più conosciuti. Quattro anni dopo uscì «Un uomo», dedicato ad Alexandros Panagulis, oppositore della dittatura dei colonnelli in Grecia e compagno della giornalista. Nel 1990 arrivò «Insciallah», romanzo ambientato nel Libano della guerra civile e legato all'esperienza della missione internazionale a Beirut.

Dopo un lungo periodo di minore esposizione pubblica, gli attentati dell'11 settembre 2001 segnarono una nuova fase. Fallaci viveva a New York e il 29 settembre pubblicò sul «Corriere della Sera» un lungo intervento che sarebbe poi diventato «La rabbia e l'orgoglio». Le sue posizioni contro il terrorismo islamista, il fondamentalismo e le politiche occidentali provocarono un vasto dibattito e numerose contestazioni.

La stagione finale della sua produzione fu la più divisiva. Nel 2004 pubblicò «La forza della ragione» e «Oriana Fallaci intervista sé stessa – L'Apocalisse». I suoi scritti provocarono accuse di islamofobia, polemiche pubbliche e iniziative giudiziarie, contribuendo a rendere ancora più complessa la valutazione della sua figura e della sua eredità.

Ridurre la carriera di Fallaci agli ultimi anni, però, significherebbe ignorare decenni di reportage, interviste e libri che avevano già costruito la sua notorietà. La reporter presente sui fronti di guerra, l'intervistatrice dei leader internazionali e la scrittrice capace di trasformare esperienze personali e politiche in narrativa appartengono alla stessa vicenda professionale.

Vent'anni dopo la morte, Oriana Fallaci continua così a essere letta e discussa per ragioni diverse e spesso opposte. La sua attività appartiene a un'epoca in cui grandi settimanali e inviati speciali investivano lunghi periodi nei luoghi delle crisi, mentre le interviste ai protagonisti della politica potevano diventare eventi editoriali. È in quel giornalismo, insieme alle successive controversie, che resta collocata una delle figure italiane più riconoscibili del Novecento.

Chi era davvero Oriana Fallaci La giornalista italiana più famosa di sempre

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