Alluvione tra Nepal e Tibet, almeno 1.134 morti e oltre 4.400 dispersi

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Le alluvioni del 26 agosto tra Nepal e Tibet hanno causato almeno 1.134 morti e 4.462 dispersi. In Nepal proseguono le ricerche nei tunnel idroelettrici e la sepoltura temporanea dei corpi non identificati dopo i test del Dna.

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È salito ulteriormente il bilancio della catastrofe che il 26 agosto ha colpito le regioni himalayane al confine tra Nepal e Tibet. In Nepal risultano almeno 1.118 vittime e 3.916 persone ancora disperse, mentre sul territorio tibetano le autorità cinesi hanno comunicato 16 morti e 546 dispersi.

L'enorme massa di acqua, fango, rocce e detriti ha investito vallate e centri abitati, distruggendo ponti, strade, edifici e impianti. A una settimana dal disastro le operazioni di ricerca continuano nelle aree più difficili da raggiungere, dove vaste zone restano ricoperte dai materiali trascinati dalla piena.

Uno dei problemi più gravi riguarda l'identificazione delle vittime. In Nepal, dove gli obitori non riescono a far fronte al numero dei corpi recuperati, le autorità stanno prelevando campioni di Dna e registrando gli elementi utili al riconoscimento prima di procedere alla sepoltura temporanea dei cadaveri senza identità. Il distretto di Chitwan è tra le aree coinvolte in queste operazioni.

Le squadre di soccorso concentrano parte degli sforzi anche sugli impianti idroelettrici danneggiati dalla piena. Secondo gli ultimi dati disponibili, almeno 639 lavoratori risultano ancora dispersi nei siti interessati. Gli accessi alle gallerie vengono liberati con escavatori e attrezzature specialistiche, mentre acqua, fango e detriti rendono molto difficile avanzare all'interno dei tunnel.

Finora 279 persone sono state tratte in salvo nelle aree degli impianti idroelettrici. Le verifiche hanno però ridimensionato le speranze di trovare altri superstiti nelle gallerie più compromesse, dove i soccorritori sono riusciti a penetrare soltanto per alcune centinaia di metri in diversi siti.

Anche in Tibet le ricerche proseguono nelle zone investite dalla piena. La riapertura della strada nazionale verso il valico di Gyirong ha consentito l'arrivo di mezzi pesanti e nuove attrezzature, ma il terreno instabile e il rischio di ulteriori frane continuano a rallentare le operazioni.

La ricostruzione della dinamica indica nel crollo di una massa glaciale sulle montagne himalayane l'evento che ha innescato la violenta onda di piena. Il materiale precipitato nella valle ha provocato una rapida espansione di acqua e detriti lungo i corsi d'acqua diretti verso le zone abitate.

Il governo nepalese ha collegato la tragedia alla crescente vulnerabilità dell'Himalaya ai cambiamenti climatici. Il ministro degli Esteri Shisir Khanal ha inoltre annunciato l'intenzione di chiedere ai principali Paesi responsabili delle emissioni di gas serra, tra cui Cina, Stati Uniti e India, un contributo economico per i danni provocati dagli eventi climatici estremi, richiamando una responsabilità non soltanto politica ma anche legale e morale.

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