Iran sotto sanzioni Usa, Teheran punta su yuan, criptovalute e petrolio verso la Cina

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L’Iran prova a ridurre l’impatto delle nuove sanzioni Usa usando yuan, criptovalute, società di comodo e vendite di petrolio alla Cina. Ad agosto Pechino ha importato circa 534 mila barili al giorno, nonostante il blocco americano.

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Teheran sta cercando di mantenere aperti i propri canali commerciali e finanziari mentre Washington intensifica la pressione economica sull’Iran. Le nuove misure statunitensi, riunite nell’operazione denominata Economic Outcast, puntano a ridurre le entrate del Paese e a colpire le reti utilizzate per vendere petrolio, trasferire denaro e acquistare materiali strategici.

Una parte centrale della strategia iraniana passa ancora dal greggio. Le esportazioni sono diminuite sensibilmente dopo l’inasprimento delle restrizioni americane, ma non si sono fermate. La Cina resta il principale acquirente e in agosto le importazioni di petrolio iraniano sono state stimate intorno a 534 mila barili al giorno, in calo rispetto ai mesi precedenti.

Per continuare a far arrivare il greggio sui mercati asiatici, l’Iran utilizza da anni trasferimenti da nave a nave e rotte commerciali difficili da ricostruire. Parte del petrolio viene spostata tra petroliere in acque internazionali, soprattutto nell’area asiatica, e successivamente registrata con un’origine diversa prima dell’arrivo nei porti cinesi.

Teheran dispone inoltre di ingenti quantità di greggio già caricate su petroliere e ferme al largo dell’Asia. Le stime citate dagli analisti indicano circa 80 milioni di barili immagazzinati in mare, una riserva che potrebbe garantire entrate per miliardi di dollari se riuscisse a raggiungere gli acquirenti.

La riduzione dell’uso del dollaro rappresenta un altro elemento della risposta iraniana alle sanzioni. Una quota crescente delle transazioni con la Cina viene regolata in yuan, consentendo a Teheran di acquistare merci e servizi cinesi senza passare direttamente dal sistema finanziario statunitense. In alcuni casi il petrolio viene anche utilizzato come contropartita per progetti infrastrutturali realizzati in Iran da società cinesi.

Accanto alla valuta cinese, l’Iran ha sviluppato un sistema di pagamenti basato sulle criptovalute. Negli ultimi anni asset digitali ed exchange sono stati utilizzati per effettuare trasferimenti, finanziare scambi commerciali e incassare proventi collegati alla vendita di petrolio. Gli Stati Uniti hanno reagito imponendo sanzioni a diverse piattaforme e sequestrando oltre un miliardo di dollari in valuta digitale riconducibile a reti iraniane.

La struttura finanziaria costruita da Teheran comprende anche società di comodo attive in centri come Hong Kong e Dubai. Attraverso queste società i proventi delle esportazioni possono essere convertiti in dollari, euro o dirham degli Emirati Arabi Uniti. Quando una società viene colpita dalle sanzioni, la rete può essere riorganizzata attraverso nuovi intermediari e nuove entità giuridiche.

Questi circuiti vengono utilizzati anche per acquistare componenti destinati alla produzione militare. Materiali impiegati nella costruzione di droni, missili e altri sistemi d’arma possono essere acquistati attraverso intermediari e fornitori stranieri, comprese aziende cinesi di piccole dimensioni che non sempre conoscono il destinatario finale delle forniture.

La pressione statunitense rende comunque più costose e complesse queste operazioni. Washington ha già colpito decine di società, individui, navi e operatori finanziari collegati all’Iran e ha minacciato conseguenze per chi continuerà a facilitare il commercio con Teheran. La capacità iraniana di aggirare le restrizioni dipenderà soprattutto dalla tenuta dei rapporti con la Cina e dall’efficacia delle reti commerciali e finanziarie costruite negli ultimi anni.

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