Iran, economia di sopravvivenza contro il blocco Usa: petrolio fermo e inflazione oltre l'80%
L’Iran stringe l’economia per resistere a sanzioni e blocco navale Usa, mentre export di petrolio e potere d’acquisto crollano. Teheran punta a salvare beni essenziali e funzioni statali, trasferendo costi crescenti sulle famiglie.
L’Iran sta trasformando la propria economia per resistere più a lungo alla pressione degli Stati Uniti, accettando un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita pur di mantenere operative le strutture essenziali dello Stato. Con il blocco navale americano che ha quasi azzerato le esportazioni petrolifere e un’inflazione annua superiore all’80%, Teheran sta concentrando le risorse disponibili su alimenti, medicinali, valuta estera e servizi indispensabili.
La strategia punta a evitare un collasso immediato, anche al prezzo di una progressiva riduzione degli investimenti e dei consumi. Le autorità stanno limitando l’accesso ai dollari, razionando le risorse più scarse e destinando una quota crescente delle entrate pubbliche ai settori considerati prioritari. Una parte sempre maggiore del costo della crisi ricade però direttamente sulle famiglie, alle prese con salari che perdono rapidamente valore.
La pressione statunitense si concentra soprattutto sul petrolio, principale fonte di valuta estera per la Repubblica islamica. Dopo la nuova stretta americana, gli introiti delle esportazioni di greggio, stimati in circa 4,5 miliardi di dollari a giugno, sono precipitati in luglio. All’inizio di agosto l’attività sull’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano, risultava praticamente ferma e nessuna petroliera aveva effettuato nuovi carichi per diversi giorni.
Anche le scorte di greggio già accumulate in mare si sono ridotte sensibilmente. La quantità di petrolio iraniano immagazzinata su navi oltre il dispositivo navale statunitense sarebbe passata da circa 180 milioni di barili a circa 60 milioni all’inizio di luglio. Il dato riduce il margine a disposizione di Teheran rispetto alle precedenti fasi del blocco e rende più difficile compensare un’interruzione prolungata delle esportazioni.
Le conseguenze sono già visibili nei prezzi. L’inflazione annua ha superato l’80%, mentre alcuni beni alimentari registrano rincari molto più elevati: il pollo costa circa il 190% in più rispetto a un anno prima e il latte il 150% in più. Il Fondo monetario internazionale prevede per il 2026 una contrazione del Pil iraniano del 5,4% e un aumento medio dei prezzi al consumo vicino al 69%.
Il governo ha reagito intervenendo sull’accesso ai beni essenziali. È stato previsto un tasso di cambio agevolato per finanziare fino a 3,5 miliardi di dollari di importazioni prioritarie, tra cui grano, medicinali, materiale sanitario e latte artificiale. L’obiettivo è utilizzare le poche riserve in valuta disponibili per prodotti difficilmente sostituibili, riducendo contemporaneamente le risorse destinate alle importazioni considerate meno urgenti.
Per le famiglie che già ricevono sussidi sono stati inoltre introdotti strumenti di acquisto a credito per i prodotti di prima necessità. Le somme eventualmente non rimborsate possono essere recuperate dai successivi pagamenti assistenziali. Le autorità stanno anche valutando aggiornamenti trimestrali dei buoni alimentari, nel tentativo di adeguarne il valore all’aumento continuo dei prezzi.
La crisi energetica aggiunge altre difficoltà. In Iran sono già state applicate interruzioni programmate della corrente e restrizioni alle attività industriali. Alcune fabbriche hanno ottenuto la possibilità di spostare parte della produzione al venerdì, normalmente giorno di riposo, per recuperare le ore perse a causa dei limiti alla fornitura elettrica.
Nelle case, intanto, l’adattamento passa soprattutto dal taglio dei consumi. Molte famiglie concentrano le spese su cibo, carburante e medicine, eliminano la carne dalla dieta o acquistano quantità sempre più piccole di prodotti di uso quotidiano. La svalutazione del reddito costringe così una parte crescente della popolazione a decidere giorno per giorno quali acquisti rimandare.
Secondo Hadi Kahalzadeh, economista del Quincy Institute ed ex funzionario dell’ente iraniano per la sicurezza sociale, la pressione rischia di spostare definitivamente il Paese da un sistema capace di assorbire gli shock a una vera economia di sopravvivenza. In questa fase lo Stato continuerebbe a funzionare, ma con una capacità sempre minore di finanziare investimenti, ricostruzione e crescita. Le stime dello stesso economista indicano inoltre che la guerra potrebbe provocare la perdita di 2-3 milioni di posti di lavoro.
Il punto decisivo per Washington resta capire se il deterioramento economico sia sufficiente a cambiare la linea politica iraniana. La struttura del potere, gli strumenti repressivi e il controllo esercitato dalle istituzioni rendono più difficile trasformare il disagio sociale in una pressione capace di modificare le scelte sulla sicurezza nazionale. La recente avanzata degli esponenti più intransigenti ai vertici iraniani può inoltre restringere lo spazio per eventuali compromessi.
Il presidente Masoud Pezeshkian ha più volte sostenuto la necessità di uscire dalla situazione di “né guerra né pace” con gli Stati Uniti. Alla fine di luglio ha incontrato la Guida suprema Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali Khamenei nel marzo 2026, per discutere anche della situazione economica, della gestione delle risorse, delle riserve in valuta estera e dei consumi energetici.
Teheran conserva comunque una leva rilevante nello Stretto di Hormuz. Una resistenza più lunga del previsto potrebbe ridurre l’incentivo della leadership iraniana a rinunciare alla capacità di condizionare il traffico marittimo nella zona. Il protrarsi delle tensioni continuerebbe così a incidere non solo sull’Iran, ma anche sui flussi energetici internazionali, sui costi del trasporto e sui prezzi del petrolio.
Per l’amministrazione di Donald Trump il rischio è che una strategia fondata principalmente sull’impoverimento dell’economia iraniana produca sofferenza senza ottenere rapidamente concessioni politiche. Più a lungo durerà lo stallo, più aumenteranno anche le conseguenze economiche per gli Stati Uniti e gli alleati, soprattutto attraverso energia e inflazione, mentre Washington si avvicina alle elezioni di metà mandato.
L’assenza prolungata di investimenti rappresenta infine uno dei pericoli maggiori per Teheran. Impianti industriali, reti energetiche e infrastrutture possono continuare a funzionare per un certo periodo anche con risorse ridotte, ma un deterioramento costante renderebbe sempre più costosa la manutenzione e più difficile una futura ripresa. Nuovi attacchi contro le strutture energetiche aggraverebbero ulteriormente questa fragilità.
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