Attentato a Ranucci, Lavitola ammette di essere il mandante e spiega il movente
Valter Lavitola ha ammesso di aver ordinato l’attentato contro Sigfrido Ranucci, sostenendo di voler aumentare la protezione del giornalista. L’ex editore resta in carcere a Rebibbia, mentre l’inchiesta della Procura di Roma prosegue.
Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci e ha sostenuto di aver organizzato l’azione con l’obiettivo di far aumentare il livello di protezione del giornalista. La dichiarazione è arrivata il 12 agosto durante l’interrogatorio di garanzia nel carcere romano di Rebibbia.
A riferire il contenuto dell’interrogatorio è stato il suo avvocato, Sergio Cola. Secondo il difensore, Lavitola ha riconosciuto la ricostruzione formulata dalla Procura di Roma e ha spiegato di aver agito perché Ranucci, conduttore di Report, sarebbe stato esposto a diversi tentativi di aggressione. Nella versione fornita dall’indagato, l’attentato avrebbe dovuto quindi spingere le autorità a rafforzare la scorta del giornalista.
Lavitola, ex editore e imprenditore, si trova a Rebibbia dal 10 agosto, quando i carabinieri del Nucleo Investigativo hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dalla gip Iole Moricca su richiesta della Procura della Capitale. Nell’inchiesta gli viene contestata anche l’aggravante del metodo mafioso.
Il procedimento giudiziario riguarda l’attentato dinamitardo compiuto nell’ottobre 2025 davanti all’abitazione di Ranucci, a Pomezia, nell’area metropolitana di Roma. Le indagini sono coordinate dal procuratore Francesco Lo Voi. Il fascicolo era stato avviato dal pm Carlo Villani, successivamente nominato alla guida della Procura di Velletri, ed è ora seguito dal magistrato della Direzione distrettuale antimafia Edoardo De Santis.
Una prima svolta investigativa era arrivata alla fine di giugno, quando erano state eseguite quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna indicati dagli investigatori come gli esecutori materiali dell’attentato. Le accuse contestate a vario titolo comprendono detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di un ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le aggravanti dell’azione compiuta da più di cinque persone e delle modalità di tipo mafioso.
Un’altra misura cautelare riguarda Gomes Clesio Tavares, considerato dagli inquirenti vicino a Lavitola e indicato come possibile intermediario con il gruppo che avrebbe realizzato materialmente l’attacco. Tavares risulterebbe attualmente in Africa. La Procura di Roma dovrà avviare nei suoi confronti la procedura necessaria per ottenere l’estradizione in Italia.
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