Bashar al-Assad condannato a morte in Siria, verdetto in contumacia mentre resta in Russia
Un tribunale di Damasco ha condannato a morte in contumacia Bashar al-Assad per omicidi, torture, arresti arbitrari e crimini contro l’umanità. Condannati anche Maher al-Assad e Atef Najib, presente in aula durante il verdetto.
La Quarta Corte penale di Damasco ha condannato a morte l’ex presidente siriano Bashar al-Assad, giudicato in contumacia perché si trova in Russia dopo la caduta del suo regime nel dicembre 2024. Il verdetto, emesso l’11 agosto 2026, riguarda accuse di omicidio volontario, torture, privazione illegale della libertà, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
La stessa pena è stata inflitta al fratello Maher al-Assad, già comandante della Quarta divisione corazzata dell’esercito, e al cugino Atef Najib. A differenza degli altri imputati latitanti, Najib era presente in tribunale: è detenuto in Siria dal gennaio 2025 ed è stato processato per il ruolo svolto nella repressione delle proteste iniziate a Daraa nel 2011.
All’epoca Najib dirigeva la sicurezza politica nella provincia meridionale. Secondo la sentenza, ebbe responsabilità nella detenzione e nelle torture inflitte a minori arrestati dopo avere scritto slogan contro il governo e nelle successive operazioni contro i manifestanti. La repressione di Daraa contribuì ad alimentare la rivolta che si estese rapidamente al resto del Paese e sfociò in una guerra durata quasi quattordici anni.
Il tribunale ha ritenuto Bashar al-Assad responsabile anche in qualità di principale decisore politico durante gli anni del conflitto. L’ex presidente aveva assunto il potere nel 2000, dopo la morte del padre Hafez al-Assad, e lo ha mantenuto fino all’offensiva che nel dicembre 2024 portò alla conquista di Damasco da parte delle forze guidate da Ahmed al-Sharaa, oggi presidente siriano.
Oltre ai tre esponenti della famiglia Assad, la corte ha pronunciato la condanna a morte contro altri cinque imputati latitanti. Tra loro figurano l’ex ministro della Difesa Fahd al-Freij e Louay al-Ali, già responsabile dell’intelligence militare a Daraa. Le accuse comprendono omicidi, torture, sequestri e altri reati classificati come crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
Il provvedimento mantiene inoltre in vigore i mandati di arresto contro i condannati all’estero e dispone che le autorità siriane avviino le procedure necessarie per perseguirli anche sul piano internazionale. Per Bashar e Maher al-Assad, però, l’esecuzione della sentenza dipende dalla possibilità di ottenerne la consegna da parte della Russia.
Bashar al-Assad lasciò la Siria insieme alla famiglia durante il crollo del regime e ricevette asilo a Mosca. La sua permanenza in Russia rende incerta un’eventuale estradizione, anche perché Damasco e Mosca continuano a mantenere rapporti diplomatici e militari nonostante il cambio di potere avvenuto nel 2024.
Nei giorni precedenti alla sentenza, Siria e Russia hanno raggiunto un accordo sulla futura gestione delle strutture militari di Hmeimim e Tartus. L’intesa prevede il passaggio sotto controllo siriano delle aree civili e la trasformazione delle sezioni militari in centri congiunti di addestramento, con una presenza russa destinata a proseguire in forma ridimensionata.
Il processo rappresenta uno dei primi procedimenti giudiziari di maggiore rilievo contro i vertici del precedente apparato di potere dopo la caduta di Assad. La sentenza può essere riesaminata secondo le procedure previste dalla legge siriana nel caso in cui gli imputati condannati in contumacia vengano arrestati o decidano di consegnarsi.
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