Giustizia minorile, lo slogan del Pd su Meloni divide il partito e scatena le proteste

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Il Pd attacca la riforma della giustizia minorile con una card su Giorgia Meloni, ma lo slogan sui figli in carcere divide il partito e scatena oltre 21mila commenti. Il ddl cambia la presunzione di imputabilità tra 14 e 18 anni.

Giorgia Meloni
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Una card pubblicata dalla pagina social dei deputati del Pd contro Giorgia Meloni ha provocato una valanga di reazioni e aperto una discussione anche tra esponenti e funzionari democratici. La frase «Con lei anche i vostri figli possono andare in carcere», inserita sopra una fotografia della presidente del Consiglio, contesta il disegno di legge sulla giustizia minorile approvato dal governo il 23 luglio.

Il messaggio punta a coinvolgere direttamente le famiglie, ma la scelta comunicativa è stata giudicata eccessiva da una parte dello stesso partito. La card attribuisce alla riforma una conseguenza che l’ordinamento già prevede: un ragazzo che ha compiuto 14 anni può essere ritenuto penalmente responsabile e condannato quando viene accertata la sua capacità di intendere e di volere.

La modifica proposta dal governo non abbassa quindi l’età minima per l’imputabilità, che resta fissata a 14 anni. Cambia invece il criterio applicato ai minorenni tra i 14 e i 18 anni. Oggi l’articolo 98 del Codice penale impone al giudice di verificare, caso per caso, se il ragazzo fosse capace di comprendere e controllare le proprie azioni al momento del reato.

Il nuovo testo introduce una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere. Il minorenne verrebbe considerato normalmente imputabile, lasciando però la possibilità di dimostrare il contrario durante il procedimento attraverso gli accertamenti disposti dall’autorità giudiziaria. Resterebbe inoltre invariata la riduzione della pena prevista per gli imputati minorenni.

Il provvedimento non è ancora una legge. Dopo il via libera del Consiglio dei ministri dovrà essere trasmesso alle Camere, esaminato dalle commissioni parlamentari e approvato da Camera e Senato prima di entrare in vigore. Il Parlamento potrà anche modificare il testo nel corso dell’esame.

Debora Serracchiani, Matteo Mauri e Michela Di Biase hanno criticato la proposta sostenendo che possa ridurre la funzione educativa della giustizia minorile e rafforzarne l’impostazione repressiva. I deputati democratici accusano inoltre l’esecutivo di usare la definizione «anti-maranza» per promuovere una linea politica concentrata sulla sicurezza.

La formulazione scelta per la campagna, tuttavia, elimina dal messaggio il riferimento alla commissione di un reato e presenta il rischio del carcere come una conseguenza generalizzata per tutti i figli. Proprio questo passaggio ha alimentato le perplessità interne al Pd e le critiche degli utenti raggiunti dal post.

Sotto la pubblicazione sono comparsi oltre 21mila commenti, molti dei quali contrari alla posizione dei democratici. Tra le risposte con più consensi figurano quelle di chi sostiene che il carcere debba essere applicato ai minorenni responsabili di reati gravi e che le famiglie rispettose delle regole non abbiano nulla da temere.

Alcuni utenti dichiarano di avere votato in passato per il Pd, ma accusano il partito di avere scelto un messaggio distante dalle preoccupazioni dei cittadini. Altri chiedono maggiore responsabilità alle famiglie o contestano l’opposizione per avere concentrato la campagna sulla paura, invece di presentare proposte alternative.

Le reazioni pubblicate sui social non rappresentano automaticamente l’intera opinione pubblica, ma il loro numero e il consenso raccolto dai commenti più critici mostrano che lo slogan ha ottenuto un risultato diverso da quello cercato. La polemica sulla riforma si è così spostata dal contenuto della norma alla strategia comunicativa scelta dal gruppo parlamentare democratico.

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