Trump al vertice Nato di Ankara, attacchi agli alleati e apertura sui Patriot all'Ucraina
Al vertice Nato di Ankara, Donald Trump ha alternato attacchi a Spagna e Danimarca a toni concilianti con gli alleati, annunciando unità nell’Alleanza e un’apertura all’Ucraina sulla produzione dei missili Patriot per la difesa antiaerea.
Donald Trump ha lasciato il vertice Nato di Ankara rivendicando un clima di unità tra i 32 Paesi dell’Alleanza, dopo ore segnate da frizioni, accuse agli alleati e nuove pressioni su dossier sensibili come Groenlandia, Spagna, Iran e Ucraina.
Il presidente degli Stati Uniti ha definito il summit un successo e ha parlato di “molta unità” tra i leader, arrivando a descrivere il rapporto con gli alleati come un legame di forte intesa. Il cambio di tono è arrivato dopo una serie di interventi molto duri, nei quali Trump aveva criticato la Nato e diversi governi europei per le scelte sulla difesa e per il mancato sostegno alle posizioni americane.
Ad Ankara il capo della Casa Bianca ha occupato gran parte della scena pubblica con più conferenze stampa in poco più di 24 ore. Ha incontrato Recep Tayyip Erdogan, ha parlato accanto al segretario generale della Nato Mark Rutte, ha avuto un confronto con Volodymyr Zelensky e ha poi tenuto un nuovo punto stampa nella sede del vertice.
Rutte ha cercato di tenere insieme i messaggi arrivati dal summit, parlando a sua volta di un forte senso di compattezza tra i capi di Stato e di governo. Il segretario generale ha confermato che il prossimo vertice Nato si terrà in Albania, ma ha precisato che la data non è stata ancora fissata.
Uno dei bersagli principali di Trump è stata la Spagna. Il presidente americano ha accusato Madrid di non fare abbastanza nella Nato e ha criticato il governo di Pedro Sánchez per la spesa militare. Ha anche minacciato ripercussioni commerciali, nonostante le politiche sul commercio estero dei Paesi Ue siano di competenza dell’Unione Europea.
Da Bruxelles è arrivato il richiamo alla tutela degli interessi degli Stati membri, mentre Sánchez ha respinto le pressioni americane e ha rivendicato la sovranità nazionale sulle decisioni di bilancio. Il premier spagnolo ha comunque evitato lo scontro frontale, ricordando che dentro la Nato restano più elementi comuni che divergenze.
Trump ha citato anche l’Italia, accusandola inizialmente di essersi comportata male sulla questione delle basi, salvo poi ammorbidire i toni nella conferenza stampa finale. Giorgia Meloni, che aveva cenato allo stesso tavolo del presidente americano, ha parlato di rapporti cordiali e ha difeso la scelta di investire politicamente sull’unità dell’Occidente.
Il dossier più delicato resta la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca che Trump continua a considerare strategico per la sicurezza degli Stati Uniti. La premier danese Mette Frederiksen ha ribadito che Copenaghen difenderà ogni parte del proprio territorio e ha richiamato il principio di sovranità nazionale.
La posizione danese ha irritato Trump, che ha ricordato l’occupazione della Danimarca da parte della Germania nazista nel 1940 e ha sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero fatto un errore a restituire la Groenlandia dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il presidente americano non ha ripetuto minacce esplicite sull’uso della forza, ma ha confermato di considerare l’isola fondamentale per la sicurezza americana e occidentale.
Sull’Iran, Trump ha usato toni ancora più duri. Ha criticato gli alleati per non aver sostenuto Washington come avrebbe voluto e ha lasciato aperta la possibilità di nuove azioni militari. Rutte ha ricordato che l’Iran non rientra nell’area territoriale prevista dal Trattato Atlantico, pur senza escludere un ruolo futuro della Nato per impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari.
La novità più concreta riguarda l’Ucraina. Trump ha aperto alla possibilità di concedere a Kiev i diritti per produrre missili Patriot, richiesta avanzata da tempo da Zelensky per rafforzare la difesa antiaerea contro gli attacchi russi. Il segnale è stato accolto come uno dei passaggi più rilevanti del vertice, insieme alla conferma del sostegno dell’Alleanza alla sicurezza ucraina.
Il summit di Ankara si è così chiuso con due immagini opposte: da una parte le tensioni provocate dagli attacchi del presidente americano ad alcuni alleati, dall’altra la dichiarazione finale di compattezza della Nato e l’impegno a mantenere saldo il principio di difesa collettiva sancito dall’articolo 5.
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