Braccianti uccisi nel rogo di Amendolara, il rifiuto di vivere in dieci in una stanza dietro la strage
Non volevano vivere in dieci nella stessa stanza e, secondo gli inquirenti, il rifiuto avrebbe innescato la lite culminata nell’incendio che ha ucciso quattro braccianti ad Amendolara. Per i due pakistani arrestati è stata confermata la custodia cautelare in carcere.
Dietro la morte dei quattro braccianti arsi vivi ad Amendolara ci sarebbe una discussione nata per le condizioni abitative. Secondo quanto emerge dall’ordinanza del giudice per le indagini preliminari che ha confermato il carcere per Ahmed Safeer e Ali Raza, entrambi cittadini pakistani di 31 anni, una delle vittime avrebbe contestato l’idea di condividere una stanza con altre nove persone.
La ricostruzione degli investigatori indica che il contrasto sarebbe esploso la mattina stessa del delitto. A riferire l’episodio sarebbe stato un conoscente di Raza, che avrebbe appreso i dettagli direttamente dall’indagato. Durante il litigio, Safeer avrebbe riportato una tumefazione allo zigomo. L’alterco sarebbe stato tale da spingere l’altro arrestato a contattare le forze dell’ordine per far cessare la rissa.
I due uomini, fermati nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio di convalida. Il giudice ha accolto la richiesta del pubblico ministero Roberta Bello, disponendo la permanenza degli indagati nella casa circondariale di Castrovillari. Le difese, rappresentate dagli avvocati Giovanni Brandi Cordasco Salmena e Giulia Montilli, avevano invece chiesto una misura meno severa.
Nell’ordinanza, il gip Orvieto Matonti descrive un quadro particolarmente grave. Il magistrato evidenzia come gli indagati siano accusati di aver dato fuoco a cinque persone, provocando la morte di quattro lavoratori agricoli e tentando di uccidere il quinto. Per il giudice, il fatto sarebbe stato commesso per motivi futili, con crudeltà e premeditazione.
Nel provvedimento si sottolinea inoltre che i due arrestati non avrebbero manifestato alcun segno di pentimento nel corso delle indagini. Il gip parla di una «ferma e glaciale risoluzione criminosa», sostenendo che gli indagati avrebbero mantenuto la propria determinazione per tutto il tempo necessario affinché le vittime venissero consumate dalle fiamme.
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