Ricina nelle campagne del Molise, la scoperta della pianta apre nuovi scenari sull'inchiesta

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Mamma e figlia morte per avvelenamento da ricina, trovata una pianta di ricino vicino a Pietracatella e gli investigatori valutano una nuova possibile origine della sostanza tossica.

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Una pianta di ricino, dalla quale si ricava la ricina, è stata individuata nelle campagne a pochi chilometri da Pietracatella, in provincia di Campobasso. Il ritrovamento potrebbe offrire nuovi spunti agli investigatori che stanno cercando di chiarire le circostanze della morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, entrambe risultate contaminate dalla potente sostanza tossica.

La presenza della pianta è stata documentata durante un servizio televisivo trasmesso il 3 giugno. L’esemplare si trovava ai margini di un campo coltivato a granturco, a circa 15 chilometri dal centro abitato. Un elemento che porta l’attenzione sulla possibile disponibilità locale della materia prima da cui si ottiene il veleno.

Il proprietario del terreno ha raccontato di aver piantato il ricino molti anni fa seguendo una pratica agricola diffusa nella zona. Secondo la tradizione contadina, infatti, la pianta verrebbe utilizzata per contrastare la presenza delle talpe, considerate dannose per orti e coltivazioni. L’uomo ha spiegato di aver ricevuto la pianta da un familiare e che da allora sarebbe cresciuta spontaneamente.

Anche alcuni abitanti del territorio hanno confermato questa consuetudine, riferendo che il ricino veniva spesso collocato lungo i confini degli appezzamenti agricoli proprio per allontanare gli animali che scavano gallerie nel terreno.

La scoperta assume rilievo perché, nelle prime fasi dell’indagine, tra le ipotesi considerate figurava quella di un eventuale acquisto della ricina attraverso circuiti illegali online. Il ritrovamento dimostra invece che la pianta è presente anche sul territorio molisano, sebbene questo non significhi che la sostanza tossica possa essere ottenuta facilmente.

L’estrazione della ricina dai semi del ricino richiede infatti conoscenze specifiche e procedure complesse. Tuttavia, la disponibilità della pianta nelle vicinanze del luogo in cui vivevano le vittime introduce una pista diversa rispetto a quelle valutate inizialmente.

Nel corso degli approfondimenti è stata presa in considerazione anche l’ipotesi di una contaminazione accidentale della filiera alimentare. Una possibile ricostruzione suggerisce che semi o frammenti della pianta possano essere finiti tra i cereali durante le fasi di raccolta o lavorazione, contaminando successivamente farine e alimenti.

L’attenzione degli investigatori si concentra anche sul fatto che la famiglia Di Vita dispone di un mulino. Nonostante ciò, questa teoria presenta diversi punti deboli. Se l’origine fosse stata una contaminazione casuale, sarebbe plausibile attendersi un numero maggiore di persone coinvolte. Al momento, invece, i casi accertati riguardano esclusivamente Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.

Le indagini proseguono per stabilire in che modo la sostanza tossica sia entrata nell’organismo delle due donne e per accertare se si sia trattato di un avvelenamento intenzionale oppure di un evento accidentale ancora da ricostruire.

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