Ricina nel Molise, il sindaco di Pietracatella ascoltato nell'inchiesta sulla morte di madre e figlia
Madre e figlia morte dopo aver ingerito ricina in Molise, oltre cento persone ascoltate dagli investigatori mentre proseguono le verifiche sui rapporti della famiglia e sui giorni precedenti all’avvelenamento
Proseguono le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute a fine dicembre dopo un presunto avvelenamento da Ricina. A distanza di oltre cinque mesi dalla tragedia avvenuta in Molise, gli investigatori stanno ricostruendo ogni contatto personale e istituzionale legato alla famiglia per individuare chi possa aver somministrato la sostanza tossica.
Nelle ultime ore è stato ascoltato dagli agenti della Squadra Mobile di Campobasso anche Antonio Tomassone, sindaco di Pietracatella. L’amministratore è stato sentito come persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta aperta contro ignoti per omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’uso di veleno. Secondo quanto emerso, il colloquio con gli investigatori sarebbe durato circa due ore.
La convocazione del primo cittadino sarebbe collegata ai rapporti politici e personali avuti negli anni con Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. I due hanno condiviso un lungo percorso nel Partito Democratico molisano e nell’amministrazione comunale di Pietracatella. Di Vita è stato sindaco del paese per dieci anni prima di entrare in consiglio comunale come esponente della maggioranza.
Gli investigatori hanno già raccolto le testimonianze di oltre cento persone tra amici, conoscenti, colleghi e figure vicine alla famiglia. L’obiettivo è ricostruire con precisione gli ultimi giorni prima dell’avvelenamento e capire in quale occasione la ricina possa essere stata ingerita.
Secondo gli accertamenti finora eseguiti, madre e figlia avrebbero assunto la sostanza tra il 23 e il 24 dicembre 2025. In quei giorni le due donne avrebbero partecipato a diversi momenti conviviali. In una circostanza avrebbero mangiato da sole, mentre in un’altra occasione sarebbe stato organizzato un pranzo nella casa di famiglia con una decina di presenti.
I primi sintomi sarebbero comparsi poco dopo. Il 27 dicembre le condizioni di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono peggiorate rapidamente fino al trasporto all’ospedale Cardarelli di Campobasso. A lanciare l’allarme sarebbe stato un infermiere che trovò le due donne in stato gravissimo. Sara appariva confusa e delirante, mentre la madre non riusciva più a parlare. Entrambe sono morte poche ore dopo il ricovero.
Una parte decisiva dell’inchiesta riguarda ora le consulenze tecniche disposte dal Tribunale. Gli specialisti stanno analizzando i risultati delle autopsie insieme agli approfondimenti coordinati dal tossicologo Carlo Locatelli, che ha individuato tracce di ricina negli organismi delle due vittime.
Gli esperti dovranno stabilire soprattutto quando il veleno sia stato assunto. La ricina tende infatti a degradarsi rapidamente nell’organismo e questo rende complicato individuare con precisione il momento dell’ingestione. Le verifiche serviranno anche a capire se esistessero possibilità di cura o antidoti efficaci nelle condizioni in cui si trovavano le due donne.
Prima che emergesse la pista dell’avvelenamento, la Procura di Larino aveva aperto un fascicolo per presunte responsabilità mediche. Cinque medici dell’ospedale Cardarelli erano stati iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di colpa medica. Con il consolidarsi degli elementi legati alla presenza della ricina, quell’indagine potrebbe ora essere archiviata.
Gli investigatori continuano intanto a concentrarsi sull’origine della sostanza tossica e sulla persona che potrebbe averla somministrata. Gli esperti parlano di un caso rarissimo, considerato quasi senza precedenti nella cronaca italiana.
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