Maldive, il sub che recuperò i quattro italiani racconta gli errori fatali nell'immersione
Quattro sub finlandesi hanno recuperato i corpi dei turisti italiani dispersi alle Maldive dopo un’immersione in grotta. Il team racconta gli errori tecnici che hanno trasformato l’escursione in tragedia.
Patrik Grönqvist, 54 anni, vigile del fuoco e subacqueo tecnico finlandese, è uno dei tre specialisti entrati nella grotta marina di Dhekunu Kandu per recuperare i corpi dei quattro turisti italiani morti durante un’immersione alle Maldive. Insieme ai colleghi Sami Paakkarinen e Jenni Westerlund, il professionista è stato insignito dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’onorificenza al Merito della Repubblica italiana.
Il team fu contattato mentre si trovava in Svezia. La partenza venne organizzata in tempi rapidissimi. Grönqvist ha spiegato di aver accettato subito la missione, pur non essendo abituato alle immersioni in acque tropicali. Da oltre trent’anni opera infatti in miniere e grotte sommerse in Finlandia, in condizioni molto diverse rispetto a quelle dell’Oceano Indiano.
Prima ancora del loro arrivo, un sommozzatore della Marina maldiviana aveva perso la vita durante un tentativo di ricerca nella stessa grotta. Un episodio che fece capire immediatamente quanto fosse pericolosa l’operazione. Il gruppo incaricato da Dan Europe sapeva di dover affrontare un ambiente estremo, nonostante non si trattasse più di un salvataggio ma di un recupero.
Durante la prima immersione, i tre sub avanzarono seguendo una mappa approssimativa della cavità, controllando prima il lato sinistro e poi alcuni cunicoli secondari. Quando stavano ormai tornando verso l’uscita, notarono sul fondale dei segni nel sedimento, probabilmente lasciati da una pinna. Seguendo quella traccia arrivarono in una piccola apertura laterale dove trovarono i corpi di Monica Montefalcone, della figlia Giorgia Sommacal, di Muriel Oddenino e di Federico Gualtieri, vicini tra loro.
Il ritrovamento avvenne quasi allo scadere del tempo disponibile. Grönqvist ha raccontato che al momento della scoperta restavano soltanto cinque minuti prima di dover lasciare la grotta. Se i corpi fossero stati trascinati fuori dalle correnti marine, le ricerche sarebbero diventate molto più complicate.
Le operazioni continuarono nei giorni successivi in condizioni delicate. All’interno della cavità erano presenti soltanto piccoli squali nutrice, ma durante una fase di recupero all’esterno comparve uno squalo tigre, avvicinatosi a un corpo già assicurato alla linea di risalita. I sub mantennero la calma e riuscirono ad allontanarlo senza movimenti bruschi. «Sott’acqua il sangue freddo non è coraggio, è esperienza», ha spiegato Grönqvist ricordando quei momenti.
Secondo il sub finlandese, l’incidente sarebbe stato provocato da una serie di errori tecnici. L’ipotesi è che il gruppo abbia sollevato il fango presente sul fondale durante la manovra di ritorno, perdendo completamente la visibilità. Senza illuminazione adeguata, orientarsi all’interno della grotta sarebbe diventato impossibile.
Per Grönqvist, però, il problema principale fu l’assenza della sagola guida, considerata la regola fondamentale nelle immersioni in grotta. La linea serve infatti a ritrovare la strada verso l’uscita anche in caso di visibilità nulla. Senza quel riferimento, i quattro turisti avrebbero perso rapidamente l’orientamento.
Il sub ha inoltre spiegato che, anche riuscendo a raggiungere l’uscita, la sopravvivenza sarebbe dipesa dalla quantità di gas rimasta nelle bombole. Dopo oltre quaranta minuti di immersione, il margine disponibile per affrontare le tappe di decompressione sarebbe stato molto ridotto.
Nonostante l’eco internazionale della vicenda, Grönqvist ha ridimensionato il ruolo del suo gruppo. I tre specialisti partirono utilizzando giorni di ferie e senza chiedere compensi economici per la missione. Dan Europe si occupò soltanto delle spese operative e del rimborso del tempo sottratto al lavoro.
Il subacqueo finlandese ha spiegato che l’obiettivo era soltanto riportare le vittime alle loro famiglie. «Ci chiamano eroi, ma noi siamo solo sub», ha detto ripensando a quei giorni trascorsi nelle acque delle Maldive.
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