Matteo Messina Denaro e il tesoro della droga, sequestri milionari tra conti esteri e società offshore
Matteo Messina Denaro gestiva un sistema internazionale per riciclare i profitti della droga, secondo la Procura di Palermo. Arrestati tre familiari legati ai flussi di denaro, sequestrati beni per decine di milioni di euro tra Europa e Caraibi.
Un patrimonio stimato in circa 200 milioni di euro, accumulato attraverso il narcotraffico e nascosto per anni dietro società offshore, conti correnti esteri e investimenti internazionali. È quanto emerge dall’ultima inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ha portato all’arresto di tre persone della famiglia Tamburello e al sequestro di beni per decine di milioni di euro riconducibili all’entourage di Matteo Messina Denaro.
Secondo i magistrati coordinati dal procuratore Maurizio De Lucia, il sistema avrebbe operato per oltre vent’anni riciclando denaro proveniente dal traffico di cocaina, hashish ed eroina attraverso una rete societaria distribuita tra Andorra, Svizzera, Spagna, Gibilterra, Lussemburgo, Principato di Monaco, Libano e Isole Cayman. Al centro delle indagini c’è Campobello di Mazara, paese legato alla lunga latitanza del boss mafioso arrestato nel 2023 e morto pochi mesi dopo.
Gli arresti riguardano Giacomo Tamburello, 65 anni, la moglie Maria Antonina e il figlio Luca. Gli investigatori li accusano di avere impiegato e movimentato capitali di provenienza illecita. Tamburello viene indicato come figura storica del traffico internazionale di droga già dagli anni Ottanta.
L’indagine è partita da una segnalazione bancaria arrivata dal Principato di Andorra. Le autorità avevano rilevato movimenti sospetti su conti lussemburghesi intestati alla moglie di Tamburello, dove risultavano depositati circa 12 milioni di euro. Da quel punto la Guardia di Finanza ha ricostruito decenni di trasferimenti di denaro e investimenti effettuati tra Europa e Caraibi.
Parte dei soldi, secondo gli atti dell’inchiesta, sarebbe stata nascosta anche in doppi fondi di camion o all’interno di oggetti domestici. I capitali venivano poi reinvestiti in immobili, resort turistici, automobili di lusso e società estere create appositamente per schermare l’origine dei fondi.
Tra le strutture finanziarie finite sotto la lente degli investigatori compare la Cinzano Ltd, società con sede alle Isole Cayman costituita nel 2011. Per la Procura rappresentava una vera cassaforte economica del clan. Attraverso questa società sarebbero state acquistate oltre 600mila azioni di una banca libanese, per un valore stimato vicino ai 79 milioni di euro.
Gli investigatori hanno documentato anche tentativi recenti di movimentare denaro. Nel settembre 2025, mentre si trovava ai domiciliari, Tamburello avrebbe affidato a una coppia oltre 5mila franchi svizzeri fuori corso da cambiare all’estero. I due sono stati fermati al rientro in Sicilia con il denaro convertito in valuta corrente. La spiegazione fornita agli agenti, secondo cui si trattava di vecchie donazioni familiari, non è stata ritenuta credibile.
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno rafforzato il quadro accusatorio. Vincenzo Spezia ha raccontato ai magistrati che Messina Denaro pretendeva una quota fissa del 10% sui profitti generati dal traffico di stupefacenti. Il boss, secondo il pentito, preferiva entrare direttamente negli affari piuttosto che limitarsi al tradizionale sistema delle estorsioni.
Le indagini descrivono così un modello imprenditoriale mafioso fondato su partecipazioni occulte e investimenti condivisi. Messina Denaro, secondo i racconti raccolti dagli inquirenti, partecipava ad attività economiche in diversi settori e utilizzava intermediari fidati per gestire i rapporti finanziari e i flussi di denaro.
Un altro collaboratore di giustizia, Giuseppe Bruno, ha riferito di un’operazione di riciclaggio da 74 milioni di euro organizzata per conto dell’organizzazione mafiosa. Dalle testimonianze emerge inoltre il coinvolgimento di soggetti legati alla ’ndrangheta nei traffici di droga provenienti dal Sud America attraverso il porto di Gioia Tauro.
Secondo i magistrati, il gruppo guidato da Tamburello sarebbe poi riuscito a creare un canale autonomo per l’importazione di stupefacenti, con prezzi più bassi rispetto a quelli praticati dai fornitori calabresi. Una strategia che avrebbe garantito guadagni enormi e alimentato il patrimonio economico della rete vicina a Messina Denaro.
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