Belve Crime, Soter Mulè racconta la morte di Paola Caputo e il peso di quella notte

Soter Mulè torna a parlare della morte di Paola Caputo avvenuta durante pratiche estreme a Roma nel 2011. A Belve Crime racconta il senso di colpa che lo accompagna da anni e ammette gli errori commessi quella notte.

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Nella puntata di Belve Crime in onda martedì 26 maggio su Rai 2, Francesca Fagnani intervista Soter Mulè, l’ingegnere romano condannato in via definitiva per omicidio colposo dopo la morte di Paola Caputo, la ragazza di 24 anni deceduta nel settembre del 2011 durante una pratica erotica estrema.

Durante il confronto con la conduttrice, Mulè ripercorre quanto accaduto nella notte del 9 settembre in un garage dell’Agenzia delle Entrate a Roma, luogo scelto dal gruppo per l’atmosfera creata da luci e ambientazione. Insieme a lui c’erano Paola Caputo e un’altra ragazza. Quella sera, come emerge dall’intervista, decisero di andare oltre le pratiche bondage già sperimentate in passato.

Francesca Fagnani affronta subito uno dei punti centrali della vicenda, ricordando l’utilizzo delle corde attorno al collo della giovane. Dopo un iniziale tentativo di ridimensionare l’accaduto, Mulè conferma che quella pratica venne effettivamente eseguita, pur sostenendo che le corde non fossero strette.

La giornalista gli chiede anche se il gruppo stesse praticando il cosiddetto “breath play”, pratica basata sull’asfissia erotica. L’ingegnere respinge questa definizione, ma riconosce che furono utilizzate corde nella zona del collo di Paola Caputo.

Nel corso dell’intervista emerge un altro elemento già discusso nelle indagini. Mulè spiega che non si trattava della prima esperienza estrema vissuta insieme. «Fino a quel momento non era mai successo niente», racconta, spiegando il motivo per cui si sentiva sicuro nell’affrontare quella situazione.

Fagnani ricostruisce poi gli attimi successivi alla perdita di conoscenza della ragazza e insiste sulla mancanza di strumenti di sicurezza. Mulè ammette di non avere con sé forbici o un coltello per tagliare rapidamente le corde in caso di emergenza. «Bisogna averli a portata di mano», riconosce durante il colloquio.

L’intervista si sofferma anche sul lungo rapporto dell’ingegnere con il mondo BDSM. Mulè racconta di avere frequentato per anni feste private, corsi di bondage ed esibizioni, spiegando il ruolo del “rigger”, cioè la persona che immobilizza il partner con le corde. Descrive il bondage come una pratica che richiede tecnica, preparazione e fiducia totale tra le persone coinvolte.

Parlando della propria vita privata, afferma che quel mondo rappresentava il suo modo di vivere l’amore e le relazioni. Dopo la morte di Paola Caputo, però, sostiene di essersi allontanato completamente da quell’ambiente e di non avere più avuto rapporti per il timore legato a quanto accaduto.

Nel passaggio più duro dell’intervista, Mulè ricorda Paola Caputo come una ragazza che stava cercando di riprendere in mano la propria vita. Poi confessa il peso che continua a portarsi addosso. «Vivo nel senso di colpa di non averla salvata», dice. Infine rivela di avere pensato più volte al suicidio negli ultimi anni, parlando anche di un episodio recente avvenuto due mesi fa.

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