Tessuto epatico umano fatto crescere nei topi, il metodo BOOST apre nuove ipotesi per i trapianti
Ricercatori hanno fatto crescere tessuto epatico umano nei topi grazie a un segnale controllato con antibiotico. Il metodo punta a superare uno dei limiti della medicina rigenerativa, aumentando il tessuto dopo l’impianto.
Un gruppo di scienziati ha sviluppato una tecnica sperimentale che permette a piccoli impianti di tessuto epatico umano di espandersi direttamente all’interno dell’organismo dopo il trapianto. I test sono stati eseguiti sui topi e non esiste ancora un’applicazione clinica per l’uomo, ma il risultato affronta uno dei problemi più difficili della medicina rigenerativa, cioè ottenere tessuti abbastanza grandi e vitali da poter essere davvero utili.
La strategia, chiamata BOOST, utilizza cellule del fegato umano insieme ai fibroblasti, cellule che aiutano il tessuto a organizzarsi e a mantenersi stabile. I ricercatori hanno modificato questi elementi affinché reagissero alla doxiciclina, un antibiotico impiegato come comando biologico per attivare temporaneamente la crescita cellulare.
Quando il farmaco viene somministrato, le cellule aumentano la produzione di fattori legati alla proliferazione, alla formazione di nuovi vasi sanguigni e alla sopravvivenza dell’impianto. Una volta interrotto lo stimolo, la crescita rallenta nuovamente nel giro di pochi giorni. Questo aspetto viene considerato decisivo perché una proliferazione continua e incontrollata renderebbe impossibile qualsiasi utilizzo terapeutico.
La novità più rilevante riguarda il momento della crescita. In laboratorio, infatti, creare grandi strutture di tessuto è complicato perché le cellule interne ricevono poco ossigeno e pochi nutrienti. Far espandere il tessuto direttamente nel corpo potrebbe aggirare almeno in parte questo ostacolo tecnico.
Negli esperimenti, i risultati migliori sono arrivati quando sia gli epatociti sia i fibroblasti erano programmati geneticamente. Gli epatociti sono stati collegati a YAP, una proteina coinvolta nei processi di crescita cellulare, mentre i fibroblasti venivano stimolati a rilasciare segnali favorevoli allo sviluppo del tessuto.
La ricerca si inserisce nel lavoro più ampio sulla medicina rigenerativa, dove non basta inserire cellule vive in un organo danneggiato. Le cellule devono attecchire, integrarsi con il tessuto ospite e continuare a funzionare nel tempo. Problemi simili emergono anche negli studi sui trapianti cellulari della retina, dove il tessuto già presente può ostacolare l’integrazione delle nuove cellule.
I ricercatori mantengono comunque prudenza sui risultati. Nei test, il tessuto che mostrava la crescita maggiore presentava anche caratteristiche meno mature dal punto di vista funzionale. È un compromesso frequente quando le cellule vengono spinte a proliferare rapidamente.
Prima di pensare a un utilizzo clinico serviranno nuovi studi per capire come separare la fase di espansione da quella funzionale, oltre a verificare durata, sicurezza e risposta immunitaria in modelli biologici più vicini all’uomo.
Se i prossimi passaggi confermeranno questi dati, il metodo potrebbe cambiare il modo in cui vengono progettati i tessuti artificiali. Invece di costruire strutture complete esclusivamente in laboratorio, si potrebbero creare impianti capaci di continuare parte dello sviluppo direttamente nell’organismo del paziente. Per il fegato, dove la disponibilità di organi resta insufficiente rispetto alle richieste di trapianto, anche una quantità aggiuntiva di tessuto funzionante potrebbe fare la differenza.
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