Roberto chiede il fine vita in Italia dopo due no dell'Asl, il 67enne con tumore cerebrale si appella allo Stato
Roberto, 67 anni, chiede il fine vita dopo un tumore cerebrale incurabile e due rifiuti dell’Asl. Nel video racconta il peggioramento rapido della malattia e il timore di perdere autonomia, chiedendo di poter morire in Italia.
Roberto ha 67 anni, vive in Veneto e convive con un tumore cerebrale incurabile. In un video pubblicato online si rivolge direttamente alle istituzioni italiane per ottenere l’accesso al suicidio assistito, dopo aver ricevuto per due volte una risposta negativa dalla sua azienda sanitaria.
La malattia lo accompagna da oltre vent’anni, da quando gli fu diagnosticato un glioma. Oggi le condizioni sono peggiorate in modo irreversibile. Racconta di alzarsi con difficoltà ogni mattina e teme che da un momento all’altro possa perdere vista, parola o capacità motorie a causa della progressione del tumore o di un possibile ictus.
Nel suo messaggio, registrato in prima persona, spiega di voler evitare una fase finale segnata da sofferenze estreme e perdita totale di autonomia. «Ogni sera spero di non svegliarmi», dice, chiedendo di poter accedere a quanto previsto dalla sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale.
La prima richiesta formale risale a ottobre 2024. Dopo oltre cinque mesi di attesa, a maggio 2025, è arrivato il diniego: secondo l’Asl non possiede tutti i requisiti previsti, in particolare quello della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. In seguito al peggioramento delle sue condizioni e dopo aver rifiutato un intervento chirurgico ritenuto troppo rischioso, Roberto ha chiesto una nuova valutazione.
Assistito dai legali dell’Associazione Luca Coscioni, ha deciso di rendere pubblica la propria situazione. L’organizzazione, attraverso i suoi rappresentanti, contesta l’interpretazione restrittiva dei criteri adottata dal sistema sanitario e chiede una legge che regoli in modo più ampio il fine vita.
Intanto Roberto guarda anche oltre i confini italiani. In Svizzera, dove il suicidio assistito è consentito, potrebbe ottenere l’aiuto richiesto. Tuttavia preferirebbe restare nel proprio Paese. «Vorrei morire a casa mia», spiega, legando la sua richiesta a una questione di dignità personale.
L’associazione ha rilanciato la mobilitazione per una legge sull’eutanasia legale, avviando una raccolta firme rivolta al governo affinché lasci al Parlamento la possibilità di discutere una normativa che garantisca libertà di scelta nei casi di malattia irreversibile.
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