Woody Allen compie 90 anni: il genio nevrotico che ha trasformato New York in un linguaggio universale

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C’è un uomo che ha trasformato la propria fragilità in un’arte e le sue nevrosi in un linguaggio riconoscibile in tutto il mondo. È Woody Allen, il regista che ha elevato la timidezza dello shlemiel ebreo newyorchese a chiave di lettura dell’esistenza, mescolando ironia, malinconia, filosofia e un’irresistibile comicità. Oggi, nel giorno in cui celebra i 90 anni (nato il 30 novembre 1935 e registrato all’anagrafe l’1 dicembre), rimane uno degli ultimi grandi autori del cinema contemporaneo.

Allen Stewart Konigsberg, il suo vero nome, è nato a Brooklyn e ha fatto di New York la sua musa eterna. In “Manhattan” (1979) ha composto una dichiarazione d’amore in bianco e nero alla città che più di ogni altra lo ha ispirato: un luogo fatto di jazz, luci, fragilità e desideri, dove vivono personaggi insicuri, relazioni complicate e continue riflessioni sul senso della vita.

Prima dei trionfi, Allen fu comico di cabaret e battutista televisivo. Scriveva gag per altri, allenando quella voce ironica e surreale che avrebbe definito il suo stile. Con film come “Prendi i soldi e scappa” (1969), “Bananas” (1971), “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso…” (1972), “Il dormiglione” (1973) e “Amore e guerra” (1975), costruì un universo satirico in cui l’umorismo fisico si intrecciava alla cultura alta, alla psicanalisi e alla filosofia.

La svolta arrivò nel 1977 con “Io e Annie”, la commedia che gli valse quattro Oscar e gli regalò una nuova identità artistica. Accanto a Diane Keaton, Allen diede forma definitiva all’uomo che parla troppo, ama troppo e pensa troppo. Da quel momento il comico diventò autore, e la sua voce divenne un riferimento per un’intera generazione.

Negli anni successivi, Allen scavò più a fondo nei meccanismi dell’animo umano. Con “Interiors” (1978) e “Settembre” (1987) guardò a Bergman, mentre “Stardust Memories” (1980) e “Zelig” (1983) rifletterono sull’identità e sul mestiere dell’artista. “La rosa purpurea del Cairo” (1985) raccontò il potere salvifico del cinema, immaginando una donna che fugge dalla realtà entrando nello schermo.

Con “Hannah e le sue sorelle” (1986) raggiunse uno dei suoi momenti più alti: un film corale dove passioni, paure e malinconie diventano materia narrativa e la risata si fa antidoto alla morte, accompagnata dalla musica di Louis Armstrong e dai fratelli Marx.

Tra gli anni Novanta e Duemila, mentre Hollywood si allontanava e l’Europa lo continuava ad amare, Allen esplorò nuovi territori: i toni cupi di “Crimini e misfatti”, “Ombre e nebbia”, “Mariti e mogli”, e le commedie brillanti di “Pallottole su Broadway”, “La dea dell’amore” e “Tutti dicono I Love You”. Con “Match Point”, “Sogni e delitti”, “Vicky Cristina Barcelona”, “Midnight in Paris” e “To Rome with Love”, il regista rinnovò ancora una volta il suo sguardo, raccontando il caso, il desiderio, la morale e le loro continue intersezioni.

La figura di Woody Allen è diventata un archetipo: l’intellettuale ironico, nevrotico, esile e indeciso, capace di trasformare se stesso in un personaggio. Il suo modo di parlare di psicanalisi, amore, Dio, arte e quotidianità è entrato nell’immaginario collettivo come una maschera moderna, riconoscibile quanto quella di Chaplin.

Negli ultimi decenni la sua vita è stata segnata da controversie e accuse che hanno diviso pubblico e critica, soprattutto nell’era del movimento #MeToo. Allen ha sempre respinto ogni accusa, sostenendo di essere stato vittima di una campagna mediatica e ricordando come le indagini dell’epoca lo avessero scagionato.

Al di là delle polemiche, la sua filmografia — oltre cinquanta titoli in quasi sessant’anni — rimane un monumento alla libertà creativa e alla sua ossessione più grande: raccontare la fragilità dell’uomo moderno. Anche nei film più recenti, da “Café Society” a “Un giorno di pioggia a New York”, da “Rifkin’s Festival” fino al francese “Coup de Chance”, Allen torna ai temi del destino, dell’amore e del caso, trasformando ogni storia in un piccolo laboratorio morale.

Nel 2020 ha pubblicato la sua autobiografia, “A proposito di niente”, un titolo che riassume perfettamente la sua filosofia: ironica, disincantata, ma mai priva di amore per la vita. A novant’anni, Woody Allen continua a incarnare un paradosso affascinante: un pessimista che fa ridere, un intellettuale che crede nel potere della risata, un artigiano che filma la complessità dell’esistenza come fosse un esperimento da osservare con stupore e scetticismo insieme.

E se qualcuno dovesse chiedergli come si sente a novant’anni, la risposta più probabile suonerebbe esattamente come lui: «Abbastanza bene, considerando che l’alternativa era peggiore».

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