Nolan Gambardella e l’abolizione del sesso e dell’ironia
Da due settimane, il film di Nolan sulla crisi dell’uomo contemporaneo, ispirato a un poema epico di tremila anni fa, rimane impresso nella mente. La narrazione si concentra su un personaggio che, in un mondo senza sesso e ironia, affronta una realtà priva di queste componenti fondamentali. La pellicola utilizza immagini e dialoghi per rappresentare un’esistenza desolata, senza riferimenti alle emozioni tradizionali o alle relazioni umane convenzionali.
C’è una cosa, rispetto all’“Odissea”, quel film sulla crisi dell’uomo del ventunesimo secolo che Christopher Nolan ha finto di trarre da un poema epico di trenta secoli prima, che penso ogni giorno da quando ho visto il film, cioè da due settimane. No, non è il fatto che, avendo eliminato Nausicaa, Nolan ha trasformato Calipso, che faceva di Ulisse il suo toy boy, in una figura materna e accudente. No, non è neppure il fatto che dalla scena di Polifemo manca «il mio nome è Nessuno», cioè la più famosa battuta dell’“Odissea” – di quella che fin qui era “L’odissea”. O meglio, sono tutt’e due queste cose, e la ragione per cui Nolan le ha cambiate, così come ha cambiato la relazione di Ulisse con Circe, cui manca solo lui dica «dai, ritrasformami veloce ’sti marinai che il film è già lungo così e non possiamo metterci tutto il pomeriggio». 🔗 Leggi su Linkiesta.it

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