Vengo anch’io? Sì tu sì per una volta Così Jannacci riscattava gli emarginati
Enzo Jannacci ha spesso affrontato temi legati alla marginalità e all'inclusione nelle sue canzoni. La sua musica riflette una tensione costante tra desiderio di libertà e limiti imposti dalla società. Questa dinamica si manifesta come un filo conduttore nel suo lavoro, anche se raramente viene esplicitamente definita. La sua produzione artistica si caratterizza per una rappresentazione di emarginati e delle loro esperienze, senza ricorrere a giudizi, ma evidenziando le contraddizioni tra aspirazioni individuali e norme sociali.
C’è una struttura profonda che attraversa tutta la produzione di Enzo Jannacci, e che raramente viene nominata con precisione: è la dialettica tra il desiderio e la legge. Non la legge scritta nei codici, ma quella legge sociale, tacita e implacabile, che stabilisce chi può e chi non può, chi entra e chi resta fuori, chi è degno di desiderare e chi no. Jannacci fa del confine tra questi due poli il territorio elettivo della sua arte. Il punto di partenza obbligato è Vengo anch’io, no tu no – del 1968, scritta con Dario Fo e Fiorenzo Fiorentini. Il ritornello ripetuto ossessivamente — Vengo anch’io? No, tu no! — rappresenta una forma di esclusione sociale, un diniego che rimanda al rifiuto sistematico di chi desidera far parte di qualcosa. 🔗 Leggi su Quotidiano.net

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