Detenuti-mediatori per fermare rivolte e omicidi dal Messico il modello contro la violenza in carcere | La repressione crea rancore e alimenta il crimine

Dal Messico arriva un modello innovativo per ridurre la violenza nelle carceri, basato sull’impiego di detenuti-mediatori. Questa strategia mira a prevenire rivolte e omicidi, contrastando la repressione che spesso alimenta il risentimento tra i detenuti. La proposta si fonda sull’idea che un ambiente più inclusivo possa ridurre i rischi di escalation violenta, offrendo una soluzione pratica ai problemi di sicurezza e convivenza nelle strutture detentive.

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“Quando una persona vive oppressa e disprezzata, si rafforzano risentimento e rancore. Così il carcere diventa davvero l’università del crimine”. Javier Vidargas questa convinzione l’ha maturata nel Centro di reinserimento sociale di Hermosillo, nello stato messicano di Sonora: uno dei più grandi e sovraffollati penitenziari del Paese, che descrive come “uno dei più violenti del mondo”. Rivolte, morti, feriti quotidiani, un direttore ammazzato. In quel contesto, dal 2004, coordina un progetto di mediazione tra pari: detenuti formati per fermare risse, separare le parti e portarle al confronto prima che il conflitto diventi sangue. Laureato in filosofia, Vidargas ha lavorato su sviluppo umano, conflitto e negoziazione, prima in ambito aziendale e ora in carcere.🔗 Leggi su Ilfattoquotidiano.it

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