Roberto Savi è il perverso sadico proprio come lo descrive la psicoanalisi
Un uomo, segnato dal tempo e dalle esperienze carcerarie, si presenta con un aspetto stanco e invecchiato. La sua figura evoca una sensazione di stanchezza, ma non sembra influenzata dal peso delle azioni commesse. La sua presenza richiama l’attenzione su un passato difficile e sulle conseguenze di un percorso giudiziario lungo e complesso. La sua condizione riflette le conseguenze di un percorso che lo ha portato a confrontarsi con la detenzione.
Un uomo stanco, invecchiato, provato dal carcere, ma non certo dal peso morale di ciò che ha compiuto. Probabilmente la conduttrice del programma Belve sapeva bene che intervistare Roberto Savi, silente appartenente alla banda della Uno bianca, significava mostrare il volto della perversione nella sua forma più pura: assassinare un passante per puro godimento, infrangere ogni limite morale, massacrare dei giovani carabinieri liquidando tutto con uno sbrigativo “eh vabbè”. Il volto opaco e quasi burocratico di una distruzione elevata a normalità quotidiana, a gesto ripetitivo, perfino banale. Senza rimorso, senza passato e ripensamenti. La stessa conduttrice però non poteva immaginare che dare la parola a costui significava gettare una luce nella zona grigia della democrazia, dove la connivenza tra legale ed illegale è la norma.🔗 Leggi su Ilfattoquotidiano.it

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