Serena Bortone | Da ragazza mi angosciava l' idea che il mio valore potesse dipendere da un marito | non mi sono mai sentita giudicata per non essere madre o sposata perché frequento le persone giuste
Serena Bortone ha condiviso che da giovane si preoccupava che il suo valore dipendesse dal rapporto con un marito e ha precisato di non essersi mai sentita giudicata per non essere madre o sposata, grazie alle persone che frequenta. Nel suo secondo romanzo, l’autrice narra le vicende di tre donne che vivono in Italia negli anni Sessanta. La storia si concentra sulle loro esperienze e sui contesti sociali di quel periodo.
Questo intervista a Serena Bortone è pubblicata sul numero 17 di Vanity Fair in edicola fino al 21 aprile 2026. Da dove parte il suo femminismo? «Da due donne: la mitica Elvira Banotti, fondatrice del gruppo Rivolta Femminile e grande amica di mia madre – ricordo che quando telefonava a casa e le chiedeva cosa facesse quasi si sentiva in colpa a dirle che stava stirando – e Rony Daopoulos, che faceva la regista per Rai3 quando ero ancora inviata. È da queste due donne che è nato il personaggio di Irene, femminista fino al midollo». Irene nel romanzo dice che il matrimonio è uno strumento che certifica la subordinazione: è d’accordo? «È un dato di fatto che un tempo l’identità di una donna passasse da quella del marito, dal suo lavoro e dal suo status economico.🔗 Leggi su Vanityfair.it

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