I tagli di Bezos la scoperta del bidet e altre ragioni per cui la democrazia morirà per troppa luce
La notizia del licenziamento di 300 dipendenti del Washington Post ha colpito come un fulmine a ciel sereno. Tra loro anche una giornalista impegnata in Ucraina, senza nemmeno un volo di ritorno organizzato. La coincidenza con il cinquantesimo anniversario di “Tutti gli uomini del presidente” sembra più di una semplice casualità, e la scena politica e mediatica si fa sempre più complicata.
Di tutte le conferme che la vita è sceneggiatrice, non ne avevo ancora vista una così didascalica come il fatto che il disastro del Washington Post – in breve: trecento persone licenziate, la più clamorosa una giornalista che seguiva l’occupazione dell’Ucraina mentre si trova appunto in Ucraina, chissà se le hanno organizzato almeno un volo di ritorno – coincida col cinquantennale di “Tutti gli uomini del presidente”, uscito all’inizio d’aprile del 1976. È colpa del fatto che il mondo di prima è finito, e non c’è nessuno disposto a prenderne atto, neanche i fantastiliardari che prima comprano i giornali e poi si rendono conto che i giornali sono sempre rotture di coglioni e mai profitti? È colpa di TikTok le cui informazioni la figlia di Leonardo Maria Del Vecchio troverà più che esaustive? È colpa della mistica del giornalismo e quindi anche di “Tutti gli uomini del presidente”? È colpa di “Rocky”? È colpa d’una candidata giapponese? È colpa dei democratici che si seccarono per il mancato editoriale di appoggio alla candidatura di Kamala Harris? Partiamo da qui, dai duecentomila (così li quantificano i moltissimi articoli usciti sulla dismissione d’interi settori del WP) abbonamenti disdetti come protesta nell’autunno 2024, quando gli abbonati di sinistra presero l’editoriale cassato (già scritto ma non pubblicato per volontà dell’editore, un certo Jeff Bezos) per un segno che il loro giornale non gli assomigliava più. 🔗 Leggi su Linkiesta.it

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