Il 19 gennaio è il giorno più triste dell’anno | cos’è il Blue Monday e perché viene definito così

Il 19 gennaio 2026 si celebra il Blue Monday, considerato il giorno più triste dell’anno. Questo termine si riferisce a una giornata in cui molte persone si sentono più giù a causa di fattori come il clima, le aspettative di fine ferie e le sfide quotidiane. In questa introduzione, analizzeremo le origini di questa definizione e le ragioni che contribuiscono a questa percezione.

Milano, 18 gennaio 2026 – Lunedì 19 gennaio 2026 ricorre il cosiddetto Blue Monday, per definizione “il giorno più triste dell’anno”. L’espressione, che identifica il terzo lunedì di gennaio, è ormai entrata nel linguaggio comune, rilanciata dai media e dai social. Ogni gennaio il Blue Monday riporta l’attenzione su umore, stanchezza invernale e benessere psicologico. Ma cosa c’è di vero dietro la definizione, e perché proprio un lunedì di gennaio è stato etichettato come il momento più difficile dell’anno? Ecco qualche curiosità. Cos’è il Blue Monday e quando nasce. l termine Blue Monday nasce nel 2005 all’interno di una campagna promozionale nel Regno Unito. 🔗 Leggi su Quotidiano.net

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Blue Monday 2026: quest’anno il giorno più triste è il 19 gennaio
Il Blue Monday 2026 cadrà il 19 gennaio, considerato il giorno più triste dell’anno. Una giornata che spesso coincide con il ritorno alla routine, giornate fredde e il desiderio di vacanze ormai lontane. Per molti, può rappresentare una fase di riflessione o di stanchezza post-festiva. Conoscere questa data può aiutare a riconoscere e affrontare i piccoli momenti di difficoltà che si presentano all’inizio dell’anno.

Il Blue Monday supera i 20 anni: perché il mito del “giorno più triste dell’anno” resiste ancora oggi
Il Blue Monday, noto come il “giorno più triste dell’anno”, torna ogni gennaio, mantenendo il suo fascino mediatico nonostante la mancanza di fondamento scientifico. Dopo oltre vent’anni, questo concetto rimane presente nelle conversazioni quotidiane, nei media e nelle strategie di marketing, dimostrando come le rappresentazioni culturali possano consolidarsi nel tempo anche senza basi oggettive. Un fenomeno che invita a riflettere sul potere delle narrazioni collettive e delle percezioni condivise.

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