La mano apotropaica di David De Gea
La mano apotropaica di David De Gea rappresenta più di una semplice parata. In momenti cruciali, il suo intervento si distingue per precisione e tempestività, assumendo un ruolo simbolico di protezione. Queste azioni, spesso considerate più di semplici difese, trasmettono un senso di sicurezza e fiducia, sottolineando la forza e la determinazione di un portiere che va oltre la prestazione sportiva.

Ci sono parate che sono diverse dalle altre, più importanti delle altre, capaci di avere effetti apotropaici. Sono queste parate necessarie, quasi mai fotogeniche, di quelle che si concedono ai fotografi giusto per compiacersi della bellezza del gesto del parare. No, le parate curative sono sporche, a volta addirittura brutte, eppure salvifiche, perché complicate, capaci di risolvere un problema sul nascere e così coprire un baratro, livellare un dislivello, rianimare chi altrimenti sarebbe, in un modo o nell'altro, stramazzato al suolo senza nemmeno la forza di reagire. Allo stadio Artemio Franchi, domenica 4 gennaio 2026, la mano destra di David De Gea ha mantenuto in equilibrio il mondo della Fiorentina, ha evitato che il castello di carte di Paolo Vanoli, raffazzonato un po' alla meglio in attesa di un improbabile miracolo in arrivo chissà da dove - ma trovato nel mercato di riparazione ( che solitamente fa rima con illusione, al limite con truffa ) - crollasse e con lui anche quel filo di speranza di evitare gli incubi più truculenti. 🔗 Leggi su Ilfoglio.it
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