Andrea Sempio, la difesa smentisce il buono postale da 85mila euro e annuncia possibili azioni legali
La difesa di Andrea Sempio contesta la notizia di un buono postale che varrebbe 85mila euro e nega qualsiasi incarico all'avvocato che avrebbe richiesto il pagamento. I legali denunciano danni d'immagine e valutano azioni legali.
Gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia respingono la ricostruzione relativa a un presunto investimento postale intestato ad Andrea Sempio. In una nota, i difensori dichiarano che la vicenda non avrebbe alcun fondamento e contestano soprattutto il coinvolgimento di un professionista che avrebbe agito per ottenere la liquidazione del titolo senza essere stato autorizzato dal loro assistito.
La controversia nasce da un'indiscrezione pubblicata dal quotidiano Il Giornale e successivamente illustrata dalla giornalista Rita Cavallaro durante la trasmissione Ore 14, condotta da Salvo Sottile. Secondo quanto raccontato, nel 1991 sarebbe stato sottoscritto a nome di Sempio un buono fruttifero postale da 25 milioni di lire, il cui valore avrebbe raggiunto nel tempo circa 85mila euro.
La notizia era stata collegata anche alle condizioni economiche della famiglia. Cavallaro aveva sostenuto che l'esistenza di quella somma avrebbe contraddetto l'immagine di difficoltà finanziaria attribuita ai Sempio. Una valutazione che poggia, tuttavia, sulla presunta disponibilità del titolo, ora espressamente contestata dalla difesa.
Tra gli elementi riportati figura una comunicazione di posta elettronica certificata che l'avvocato Stefano Rossi, indicato come appartenente all'Associazione Italia di Roma, avrebbe trasmesso a Poste Italiane. Nella richiesta sarebbe stato fissato un termine di 30 giorni per procedere al pagamento, prospettando il ricorso alle vie giudiziarie qualora il denaro non fosse stato corrisposto.
Cataliotti e Taccia precisano che Andrea Sempio non ha mai affidato a Rossi alcun mandato, incarico o delega, né per riscuotere il presunto buono né per svolgere altre attività in suo nome. I due legali sostengono inoltre che la Pec non produca effetti giuridici, perché proveniente da un soggetto privo di poteri di rappresentanza e perché Sempio non avrebbe mai ratificato l'iniziativa.
La presa di posizione utilizza parole particolarmente nette. I difensori definiscono quanto diffuso una «gravissima fake news» e lamentano che la circolazione della notizia, senza adeguati accertamenti preventivi, abbia provocato conseguenze negative per il loro assistito, aggravate dalla successiva ripresa sui mezzi di informazione.
La questione potrebbe avere sviluppi anche sul piano legale. Sempio, attraverso i propri avvocati, si riserva infatti di intraprendere le iniziative ritenute opportune nelle sedi competenti nei confronti di eventuali responsabili della creazione e della diffusione della notizia.
Cataliotti e Taccia rivolgono infine una richiesta diretta a Stefano Rossi e all'Associazione Italia di Roma, invitandoli a spiegare pubblicamente le circostanze della vicenda e il ruolo avuto nella comunicazione indirizzata a Poste Italiane. Resta dunque una netta contrapposizione tra quanto raccontato nell'indiscrezione giornalistica e la smentita formale dei rappresentanti legali di Sempio.
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