Un Vip in Convento: Mariana D'Amico lascia Casa a prima vista per tre giorni

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Per tre giorni Mariana D'Amico ha lasciato il lavoro e la quotidianità familiare per vivere in un monastero umbro. Tra preghiere, silenzio e incontri con le monache, ha scoperto quanto sia difficile rinunciare al bisogno di controllare tutto.

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Tre giorni lontana dalle visite agli immobili, dagli appuntamenti e dagli impegni familiari hanno offerto a Mariana D'Amico un'occasione per confrontarsi con una quotidianità completamente diversa. L'agente immobiliare conosciuta dal pubblico di "Casa a prima vista" ha vissuto un'esperienza al Monastero di Sant'Anna di Bastia Umbra, condividendo le giornate con le religiose protagoniste de "La Cucina delle Monache". Il soggiorno viene raccontato nello speciale "Un VIP in convento", in onda mercoledì 4 novembre alle 21:30 su Real Time e disponibile in streaming su discovery+.

In un'intervista a FqMagazine, Mariana ha ripercorso i momenti più significativi del soggiorno, soffermandosi soprattutto sulle difficoltà incontrate nel rallentare i propri ritmi. Abituata a organizzare ogni giornata tra lavoro e famiglia, ha dovuto adattarsi a orari scanditi dalla vita religiosa, senza la possibilità di controllare continuamente ciò che accadeva all'esterno.

Il primo cambiamento concreto è arrivato con la sveglia alle cinque del mattino. Alle 5:30 era previsto l'ufficio delle letture, seguito dalle lodi alle 6:25, mentre la colazione non arrivava prima delle 8:30. Un'organizzazione in cui la preghiera precedeva qualsiasi altra attività, compresi i bisogni personali. Per Mariana, inizialmente disorientata, è stata l'occasione per osservare un rapporto con il tempo molto diverso da quello della sua vita abituale.

La difficoltà maggiore, tuttavia, non è stata rispettare gli orari. Rimanere in silenzio l'ha costretta a confrontarsi con pensieri che normalmente trovano poco spazio nelle giornate più impegnative. «Quando sei abituata a riempire ogni momento della giornata, il silenzio ti mette davanti a qualcosa che spesso eviti: te stessa», ha raccontato. Con il passare delle ore, quella condizione ha smesso di rappresentare un disagio ed è diventata un'opportunità per ascoltarsi.

Anche la rinuncia al telefono ha avuto un peso particolare. Più che il dispositivo, Mariana ha avvertito la mancanza della possibilità di essere sempre reperibile e informata. L'esperienza le ha mostrato che gli avvenimenti continuano a seguire il proprio corso anche senza un controllo costante. Una riflessione che ha collegato alla necessità, spesso avvertita nella vita quotidiana, di gestire ogni situazione personalmente.

Durante il soggiorno ha partecipato alla cura dell'orto e alle attività domestiche del monastero. Il lavoro manuale le è risultato familiare anche grazie agli studi artistici e alla passione per il disegno. Occuparsi di qualcosa attraverso gesti semplici le ha permesso di rallentare mentalmente. Più impegnativa, invece, la partecipazione alla preghiera, che richiedeva una concentrazione e una disponibilità all'ascolto alle quali non era abituata.

La cucina ha rappresentato un'altra occasione di confronto. Mariana ha ammesso di non avere particolare pazienza ai fornelli, ma lavorare insieme alle religiose le ha mostrato una dimensione diversa della preparazione dei pasti. Non soltanto un compito da portare a termine, ma un'attività condivisa, fatta di collaborazione, conversazioni e attenzione verso gli altri.

Tra gli incontri che hanno lasciato un ricordo più profondo figura quello con Suor Miriam. La religiosa aveva raggiunto il convento inizialmente come ospite della foresteria, senza poi andarsene. A convincerla a intraprendere il percorso monastico era stata soprattutto la serenità osservata nelle donne che vivevano nella comunità. «Io prima di diventare monaca non ero felice», ha confidato a Mariana, che ha indicato quelle parole tra le testimonianze più difficili da dimenticare.

Il confronto con le religiose ha toccato anche il tema dell'ospitalità. Mariana ha riconosciuto nella tradizione benedettina dell'accoglienza un principio vicino al proprio modo di vivere. Ha spiegato di considerare la sua casa un luogo aperto alle persone care, soprattutto nei momenti di necessità, e di aver sempre desiderato condividere con gli altri la sicurezza rappresentata da un'abitazione di proprietà.

Uno degli episodi più personali si è svolto durante un incontro in sacrestia, quando l'agente immobiliare ha raccontato aspetti della propria storia familiare. La sensazione di poter parlare senza essere giudicata le ha consentito di abbandonare temporaneamente il ruolo pubblico e l'immagine di donna sempre sicura e organizzata. Ha ricordato anche l'influenza della madre, descritta come una figura determinata, dalla quale ha imparato ad affrontare le difficoltà senza arrendersi.

Con il tempo, ha spiegato, ha compreso che la forza non coincide con l'assenza di fragilità. Una convinzione maturata anche attraverso l'esperienza della maternità. Mariana ha due figli adolescenti e considera la ricerca di un equilibrio tra famiglia e professione un impegno quotidiano. Il lavoro le permette di realizzarsi, mentre crescere i figli la porta a rivedere continuamente le proprie priorità.

Proprio il rapporto tra maternità e identità personale è stato uno dei temi affrontati durante i tre giorni in monastero. Mariana ha riflettuto sulla pressione di dover essere sempre presente, efficiente e capace di rispondere alle aspettative degli altri. La permanenza con le monache le ha consentito, almeno temporaneamente, di mettere da parte questa esigenza e di riconoscersi anche al di fuori dei ruoli di madre e professionista.

Prima di entrare al Monastero di Sant'Anna immaginava un ambiente dominato soprattutto dalle rinunce e da regole rigide. Ha invece raccontato di aver incontrato donne disponibili al confronto, capaci di condividere esperienze personali e scelte di vita molto diverse dalla sua. L'accoglienza ricevuta ha contribuito a rendere possibile un racconto più intimo di quanto avesse previsto.

Al termine del soggiorno, Mariana è tornata alle proprie attività con una diversa percezione del tempo e del silenzio. Non ha descritto l'esperienza come una fuga dalla quotidianità, ma come una pausa utile per riconoscere bisogni e fragilità spesso trascurati. La consapevolezza che ha scelto di portare con sé è che, per ritrovare uno spazio personale, non occorre necessariamente cambiare vita o raggiungere luoghi lontani: qualche volta è sufficiente concedersi la possibilità di fermarsi.

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