Omicidio Pasolini, nuova indagine a Roma dopo 51 anni e i dubbi sul ruolo di Pelosi
A 51 anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini, la Procura di Roma torna a indagare sulla notte dell'Idroscalo di Ostia. La nuova iniziativa riporta all'esame degli inquirenti dubbi sul ruolo di Pelosi e sulle possibili presenze mai accertate.
La Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 all'Idroscalo di Ostia. La decisione arriva a 51 anni dal delitto, dopo un esposto presentato dall'avvocato Stefano Maccioni. Il procedimento è stato affidato alla sostituta procuratrice Silvia Santucci e riporta all'esame della magistratura una vicenda segnata da ricostruzioni contrastanti, testimonianze discusse e interrogativi rimasti senza una risposta definitiva.
La nuova iniziativa giudiziaria segue numerosi tentativi di ottenere ulteriori accertamenti. Maccioni, impegnato da anni nella ricerca di elementi utili a ricostruire la morte dello scrittore, aveva già avanzato una richiesta nel marzo 2009. Le successive indagini si erano concluse con un'archiviazione nel 2015, mentre altre istanze presentate negli anni seguenti non avevano portato alla riapertura del procedimento. Tra i punti controversi figurano il possibile coinvolgimento di più aggressori, alcune tracce biologiche mai attribuite e testimonianze che non coincidono con la versione iniziale dell'unico uomo condannato.
Per comprendere le ragioni di questi dubbi occorre tornare alla mattina del 2 novembre 1975. Una donna che attraversava la zona dell'Idroscalo individuò il corpo di un uomo lungo una strada sterrata. La vittima venne identificata alcune ore dopo come Pasolini, poeta, scrittore e regista nato a Bologna il 5 marzo 1922. Aveva 53 anni. A riconoscerlo fu Ninetto Davoli, attore che aveva iniziato la propria carriera cinematografica proprio grazie all'intellettuale.
Gli accertamenti medico-legali descrissero le conseguenze di una violenta aggressione. Pasolini aveva riportato numerose lesioni e il suo corpo presentava anche i segni del passaggio di un'automobile. Secondo il referto, la morte era stata provocata da un grave trauma toracico, mentre le percosse avevano già determinato un'emorragia cerebrale. Gli investigatori recuperarono nella zona oggetti di legno macchiati di sangue, indumenti appartenenti alla vittima e altri reperti, alcuni dei quali si trovavano a circa 90 metri dal punto del ritrovamento.
Nelle stesse ore i carabinieri avevano fermato Giuseppe Pelosi, diciassettenne romano soprannominato Pino la rana, mentre guidava l'Alfa Romeo 2000 GT appartenente a Pasolini. Il giovane ammise inizialmente di aver sottratto l'automobile. Un anello riconducibile a lui, rinvenuto nei pressi del cadavere, contribuì a collegarlo alla scena del delitto. Dopo l'arresto arrivò anche la confessione dell'omicidio.
Pelosi raccontò agli inquirenti di aver conosciuto Pasolini nella zona della stazione Termini la sera del 1° novembre. I due avrebbero cenato in una trattoria nei pressi della Basilica di San Paolo, raggiungendo successivamente l'Idroscalo. Nella sua versione, una discussione legata a un rapporto sessuale rifiutato sarebbe degenerata in uno scontro fisico. Il ragazzo sostenne di aver reagito dopo essere stato aggredito dallo scrittore con un bastone.
La vicenda giudiziaria si sviluppò rapidamente. Il 26 aprile 1976 arrivò la sentenza di primo grado, seguita dalla decisione d'appello del 4 dicembre dello stesso anno. Il 26 aprile 1979 la Corte di Cassazione rese definitiva la condanna di Pelosi a nove anni di reclusione. Il giovane trascorse circa sette anni in carcere prima di ottenere la semilibertà. La condanna, tuttavia, non mise fine alle discussioni sulla dinamica dell'omicidio.
Una svolta nelle dichiarazioni di Pelosi arrivò nel maggio 2005, quando partecipò al programma Rai 'Ombre sul giallo'. A trent'anni dai fatti, l'uomo negò di aver ucciso Pasolini e sostenne che all'aggressione avessero partecipato altre persone. Spiegò di aver mantenuto il silenzio per paura e di aver deciso di parlare soltanto dopo la morte dei propri familiari, ritenendo inoltre che gli altri presunti responsabili potessero non essere più in vita.
Nel 2008 Pelosi aggiunse ulteriori particolari, parlando di tre uomini arrivati sul luogo dell'omicidio a bordo di un'automobile. Secondo il suo racconto, gli aggressori avrebbero avuto un accento calabrese o siciliano. Quelle dichiarazioni alimentarono l'ipotesi di un'azione collettiva, già avanzata negli anni Settanta dalla scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, senza però consentire di accertare giudiziariamente l'identità di eventuali altri partecipanti.
Le nuove affermazioni dell'ex detenuto avevano già spinto la magistratura a riprendere gli accertamenti. Dopo alcuni mesi, tuttavia, il procedimento fu archiviato. Il procuratore aggiunto Italo Ormanni, incaricato dell'indagine, aveva ascoltato diverse persone indicate dall'avvocato Nino Marazzita, storico legale dei familiari di Pasolini. Gli elementi raccolti non furono ritenuti sufficienti per modificare le conclusioni giudiziarie precedenti.
Tra le circostanze mai completamente chiarite compare anche una segnalazione anonima secondo cui, la sera dell'omicidio, l'automobile dello scrittore sarebbe stata seguita da una Fiat 1300 con targa di Catania. Nella lettera erano riportate alcune cifre della targa, ma non risulterebbe essere stata effettuata una verifica al Pubblico registro automobilistico. Il possibile inseguimento resta quindi una circostanza non accertata.
Un altro elemento discusso riguarda i racconti dei proprietari della trattoria 'Biondo Tevere', dove Pasolini aveva trascorso parte della sua ultima serata. I testimoni descrissero il giovane che accompagnava il regista come un ragazzo alto almeno un metro e settanta, con capelli biondi e lunghi, pettinati all'indietro. Caratteristiche differenti da quelle di Pelosi, che aveva capelli scuri e ricci ed era di statura inferiore. La divergenza venne successivamente ripresa da Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini nelle iniziative rivolte alla magistratura.
Anche le analisi scientifiche hanno lasciato questioni irrisolte. Durante gli approfondimenti condotti negli anni sono state individuate tracce di Dna su alcuni indumenti di Pasolini, senza riuscire ad attribuirle con certezza a persone identificate. Non è stato inoltre possibile stabilire se quel materiale biologico fosse stato depositato durante l'aggressione oppure in un momento precedente. La mancanza di risultati conclusivi ha impedito di trasformare questi riscontri in prove utili a una diversa ricostruzione del delitto.
Le ipotesi formulate nel corso di mezzo secolo non si sono limitate alla presenza di eventuali complici. Una delle piste riguarda il furto di alcune pellicole originali di 'Salò o le 120 giornate di Sodoma', l'ultimo film realizzato da Pasolini. Secondo questa ricostruzione, il regista avrebbe raggiunto l'Idroscalo per recuperare il materiale sottratto, forse dopo aver ricevuto indicazioni su una possibile restituzione. L'ipotesi è stata richiamata anche in una relazione della Commissione parlamentare Antimafia della XVIII legislatura, ma non ha trovato conferme giudiziarie definitive.
Un differente filone interpretativo collega la morte dell'intellettuale alle ricerche che stava sviluppando per 'Petrolio', romanzo rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1992. Il libro affronta i rapporti tra potere economico e politico, con riferimenti al settore energetico italiano e a figure come Enrico Mattei ed Eugenio Cefis. Alcuni studiosi e osservatori hanno ipotizzato che le informazioni raccolte da Pasolini potessero averlo esposto a minacce provenienti da ambienti interessati a impedire determinate rivelazioni. Anche questa ricostruzione, però, non è mai stata dimostrata davanti a un tribunale.
La richiesta di chiarire definitivamente le circostanze dell'omicidio ha coinvolto nel tempo anche il Parlamento. Nel 2010 Walter Veltroni si rivolse all'allora ministro della Giustizia Angelino Alfano per sollecitare nuovi accertamenti, richiamando il clima politico degli anni Settanta e le vicende legate alla strategia della tensione.
Nel 2016 Serena Pellegrino e Paolo Bolognesi presentarono proposte per istituire una Commissione parlamentare d'inchiesta. L'iniziativa fu accompagnata da una petizione che raccolse circa 11mila firme e ricevette il sostegno di personalità della cultura e dello spettacolo, tra cui Dario Fo, Dacia Maraini e Massimo Ranieri, interprete di Pasolini nel film 'La macchinazione'. Nel 2023 anche la senatrice Ilaria Cucchi avanzò una richiesta in Senato, senza ottenere l'istituzione della Commissione.
Il nuovo fascicolo aperto dalla Procura di Roma rappresenta dunque un ulteriore passaggio in una vicenda che ha attraversato oltre cinque decenni di storia italiana. L'esposto di Stefano Maccioni, presentato nel novembre 2025 e integrato nel maggio 2026, richiama nuovi elementi che dovranno essere valutati dagli inquirenti. La riapertura delle indagini non modifica le responsabilità accertate nelle sentenze precedenti, ma offre alla magistratura la possibilità di verificare se esistano dati e testimonianze capaci di chiarire aspetti ancora controversi della morte di Pier Paolo Pasolini.
Pasolini un caso Mai Chiuso. Pulp Podcast 21

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