Diego Abatantuono tra Derby e Milano, i vocali su WhatsApp e la distanza da Teocoli

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Diego Abatantuono ripensa agli anni del Derby e alle amicizie nate nel cabaret milanese. Oggi usa WhatsApp soprattutto per i messaggi vocali e osserva con preoccupazione quanto gli smartphone abbiano cambiato i rapporti tra le persone.

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Diego Abatantuono torna al cinema con "Un tranquillo funerale di famiglia", commedia diretta da Massimiliano Bruno che lo vede recitare accanto a Claudia Pandolfi e Pietro Sermonti. A 71 anni, dopo oltre cento film e numerose esperienze teatrali, l'attore milanese racconta al Corriere della Sera perché preferisce dedicarsi a storie capaci di far sorridere, ripercorrendo anche gli incontri che hanno segnato la sua carriera.

La scelta della comicità, spiega, è diventata ancora più importante con il passare degli anni. Contrariamente a chi considera la maturità un momento favorevole ai ruoli drammatici, Abatantuono cerca soprattutto la leggerezza. Ricorda di aver trascorso una giovinezza piena di risate, talvolta per quattro o cinque ore al giorno, e osserva che oggi non sono molti i film in grado di divertire davvero gli spettatori.

Una parte significativa dell'intervista riguarda la Milano degli anni del Derby, il celebre locale di cabaret appartenuto a suo zio. Abatantuono cominciò a frequentarlo lavorando come tecnico delle luci, senza immaginare che quel posto sarebbe diventato il punto di partenza della sua carriera artistica. Tra gli ospiti abituali incontrava personaggi molto diversi, da Paolo Villaggio a Francis Turatello, e ascoltava le conversazioni degli artisti che animavano le serate.

Con il tempo si accorse che anche le sue battute attiravano l'attenzione. Enzo Jannacci, Dario Fo, Teo Teocoli e i Gatti di Vicolo Miracoli iniziarono a considerarlo parte del gruppo. Qualche volta utilizzavano persino le battute che lui proponeva spontaneamente. Fu così che il giovane addetto alle luci cominciò a trovare spazio davanti al pubblico.

La svolta arrivò quando lo zio gli propose di occuparsi di una compagnia stabile di comici che comprendeva, tra gli altri, Giorgio Faletti, Paolo Villaggio, Cochi e Renato, Francesco Salvi e Paolo Di Francesco. Serviva qualcuno che aprisse gli spettacoli, ma nessuno degli artisti voleva assumersi quel compito. Abatantuono iniziò quindi a presentarli, scoprendo una naturale capacità di intrattenere gli spettatori.

Un'altra decisione determinante fu il trasferimento a Roma. Investì tutti i risparmi nell'affitto di un piccolo teatro a Piazza Navona. La serata inaugurale, alla quale parteciparono numerosi amici, ebbe successo, mentre gli appuntamenti successivi registrarono pochissimo pubblico. Quell'esperienza apparentemente sfortunata gli permise però di incontrare il regista Steno e di avvicinarsi definitivamente al cinema.

Tra il 1980 e il 1982 arrivarono film come "Il pap'occhio" di Renzo Arbore, "I fichissimi" ed "Eccezzziunale... veramente" di Carlo Vanzina. Nel 1986 Pupi Avati gli affidò invece un ruolo drammatico in "Regalo di Natale". Abatantuono racconta che il regista lo contattò dopo il rifiuto di Lino Banfi, una circostanza che contribuì a indirizzare diversamente il suo percorso professionale.

Ripensando ai colleghi conosciuti durante quegli anni, l'attore parla anche dei rapporti che si sono allentati. Le occasioni per ritrovarsi non sono scomparse del tutto, soprattutto in occasione del suo compleanno e delle festività natalizie, ma il gruppo si è progressivamente ridotto. Tra gli assenti cita Teo Teocoli, che non partecipa più agli incontri e che Abatantuono descrive come una persona dal carattere difficile. Anche i rapporti con altri colleghi storici, tra cui Massimo Boldi e Renato Pozzetto, non sono più quelli di un tempo.

Il confronto tra passato e presente riguarda soprattutto il modo di vivere le amicizie. Abatantuono ricorda una generazione che si incontrava spontaneamente nei bar e nei locali, senza appuntamenti organizzati. Bastava raggiungere un posto conosciuto per essere certi di trovare qualcuno. Oggi, osserva, i social consentono di mantenere molti contatti, ma non garantiscono che le persone continuino a vedersi.

Anche il suo rapporto con la tecnologia resta limitato a poche abitudini. Utilizza WhatsApp principalmente per ricevere le fotografie dei nipoti e preferisce rispondere attraverso messaggi vocali, perché gli sembrano più vicini a una conversazione rispetto alla scrittura. Non rinuncia quindi completamente agli strumenti digitali, pur mantenendo una certa distanza dalle modalità di comunicazione più diffuse.

Le considerazioni più severe sono riservate alla Milano contemporanea, che l'attore definisce ignorante, estendendo il giudizio all'intero Paese. A colpirlo è soprattutto l'uso continuo dello smartphone, anche mentre si attraversa la strada. La sua preoccupazione riguarda in particolare i ragazzi, che rischiano, secondo lui, di considerare i rapporti attraverso la rete sufficienti a sostituire gli incontri personali. Una maggiore familiarità con la tecnologia, conclude, non significa necessariamente essere più uniti.

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