Midterm Usa 2026, Trump sfida la tradizione delle sconfitte del partito alla Casa Bianca

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Alla vigilia del voto del 3 novembre, Donald Trump affronta una prova che nella storia americana ha spesso ridimensionato il partito del presidente. Il precedente del 2018 e le sconfitte di Obama e Bush spiegano quanto sia alta la posta in gioco.

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Martedì 3 novembre gli Stati Uniti tornano alle urne per le elezioni di metà mandato, un appuntamento che potrebbe modificare gli equilibri del Congresso e condizionare i prossimi due anni della presidenza di Donald Trump. Il voto rinnova tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti e circa un terzo di quelli del Senato, offrendo agli elettori l'occasione di esprimere un giudizio sull'amministrazione in carica.

Per il presidente repubblicano, alle prese con rilevazioni di consenso sfavorevoli, la priorità è mobilitare i propri sostenitori e difendere le maggioranze parlamentari. Trump ha invitato gli elettori conservatori a partecipare come se il suo nome comparisse direttamente sulle schede. Sa che la storia elettorale americana offre pochi motivi di ottimismo a chi occupa la Casa Bianca.

Le statistiche mostrano infatti una tendenza consolidata. Dal 1934 al 2022, soltanto tre volte su 23 il partito del presidente è riuscito ad aumentare i propri rappresentanti alla Camera durante le midterm. Le eccezioni riguardano Franklin Delano Roosevelt nel 1934, Bill Clinton nel 1998 e George W. Bush nel 2002. Negli altri appuntamenti, il risultato ha generalmente favorito l'opposizione.

Trump ha riconosciuto pubblicamente questa difficoltà, osservando che i presidenti tendono a perdere le elezioni di metà mandato indipendentemente dalla loro appartenenza politica e dai risultati ottenuti. Il problema riguarda soprattutto la capacità di convincere gli elettori meno motivati a recarsi alle urne quando non si vota direttamente per scegliere il capo dello Stato.

Il precedente più vicino al presidente è quello del 2018, durante il suo primo mandato. In quell'occasione i Repubblicani persero 41 seggi alla Camera, cedendone il controllo ai Democratici. La mobilitazione degli oppositori di Trump e il voto nei collegi suburbani contribuirono alla sconfitta. Il Gop riuscì però a conquistare due seggi aggiuntivi al Senato, risultato che il presidente rivendicò come un successo.

Quattro anni dopo, nel 2022, Joe Biden riuscì invece a contenere le perdite del proprio partito. Nonostante l'inflazione elevata e gli indici di gradimento poco favorevoli, i Democratici cedettero soltanto nove seggi alla Camera e ne guadagnarono uno al Senato, conservando il controllo di quest'ultimo. La partecipazione degli elettori favorevoli alla tutela del diritto all'aborto, dopo la decisione della Corte Suprema che aveva cancellato la relativa protezione costituzionale, contribuì al risultato.

Per comprendere quanto possano essere pesanti le conseguenze di una sconfitta bisogna tornare al 2010. Barack Obama, eletto presidente appena due anni prima, vide i Democratici perdere 63 seggi alla Camera e sei al Senato. La crisi economica seguita alla Grande Recessione, le contestazioni alla riforma sanitaria e la crescita del movimento conservatore Tea Party favorirono i Repubblicani, che conquistarono la maggioranza alla Camera.

Obama descrisse quella sconfitta come una dura lezione politica. Il bilancio peggiorò ulteriormente nel 2014, quando i Democratici persero altri 13 seggi alla Camera e nove al Senato. I Repubblicani ottennero così il controllo di entrambi i rami del Congresso. Il risultato confermò una dinamica conosciuta come six-year itch, la tendenza a penalizzare il partito presidenziale durante il sesto anno di permanenza alla Casa Bianca.

Un percorso simile aveva caratterizzato la presidenza di George W. Bush. Nel 2002, a poco più di un anno dagli attentati dell'11 settembre, i Repubblicani beneficiarono della forte mobilitazione patriottica e conquistarono otto seggi alla Camera e due al Senato. Fu un risultato eccezionale, che permise al partito del presidente di rafforzarsi in entrambe le assemblee parlamentari.

Nel 2006, però, la situazione si rovesciò. Le critiche alla guerra in Iraq, le polemiche sulla risposta federale all'uragano Katrina e diversi scandali politici contribuirono alla perdita di 30 seggi repubblicani alla Camera e sei al Senato. I Democratici riconquistarono il Congresso e Bush ammise la gravità della sconfitta, definendola una vera batosta.

Un altro passaggio decisivo nella storia delle midterm risale al 1994. Bill Clinton, allora al suo primo mandato, subì una pesante battuta d'arresto. I Democratici persero 54 seggi alla Camera e otto al Senato, consegnando ai Repubblicani la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento.

La cosiddetta rivoluzione repubblicana fu guidata da Newt Gingrich, promotore del programma Contract with America. Il risultato interruppe quarant'anni di predominio democratico alla Camera e costrinse Clinton a modificare la propria strategia. Le difficoltà incontrate nel tentativo di riformare il sistema sanitario e la mobilitazione degli elettori conservatori contribuirono alla sconfitta.

Il presidente democratico riuscì tuttavia a cambiare il quadro nel 1998. Nonostante lo scandalo Monica Lewinsky e il procedimento di impeachment avviato contro di lui, il suo partito conquistò quattro seggi alla Camera e mantenne le proprie posizioni al Senato. La crescita economica e il malcontento di parte dell'elettorato verso l'offensiva repubblicana favorirono Clinton, protagonista di una delle rare eccezioni alla regola delle midterm.

Anche George H.W. Bush aveva sperimentato le difficoltà del voto di metà mandato. Nel 1990 i Repubblicani persero otto seggi alla Camera e uno al Senato, mentre aumentavano le preoccupazioni per l'andamento dell'economia americana.

Le origini di queste consultazioni risalgono alla nascita degli Stati Uniti. Le prime elezioni di metà mandato si svolsero tra il 1790 e il 1791, durante la presidenza di George Washington. Il sistema politico non era ancora organizzato intorno ai due grandi partiti attuali e il confronto parlamentare contrapponeva principalmente sostenitori e oppositori dell'amministrazione. I primi conservarono il controllo di entrambe le Camere.

Nel 1858, durante la presidenza del democratico James Buchanan, si svolse invece una delle prime grandi competizioni di metà mandato tra i due partiti destinati a dominare la politica americana. I Repubblicani, nati soltanto quattro anni prima, superarono i Democratici per numero di seggi alla Camera, pur senza raggiungere autonomamente la maggioranza assoluta. All'epoca il simbolo repubblicano utilizzato sulle schede era ancora l'aquila; l'elefante sarebbe diventato un riferimento del partito soltanto successivamente, nel 1874.

La difficoltà dei presidenti nel conservare il sostegno parlamentare attraversa dunque epoche e amministrazioni molto diverse. Nel 1946 Harry Truman dovette affrontare una pesante sconfitta democratica, accompagnata dal malcontento per le difficoltà economiche e sociali del dopoguerra. Il suo partito perse 56 seggi alla Camera e 12 al Senato, lasciando ai Repubblicani il controllo del Congresso.

Un'altra significativa sconfitta arrivò nel 1966, quando Lyndon B. Johnson vide ridursi la presenza democratica in Parlamento appena due anni dopo la sua larga vittoria alle presidenziali. A pesare furono anche le crescenti contestazioni contro la guerra in Vietnam e il malcontento di una parte della popolazione.

Il voto del 3 novembre 2026 si inserisce in questa lunga storia di alternanze e ridimensionamenti del potere presidenziale. Per Trump, conservare il controllo repubblicano di Camera e Senato significherebbe mantenere condizioni parlamentari favorevoli alla propria agenda. Una perdita della maggioranza in uno o entrambi i rami del Congresso renderebbe invece più complesso approvare le principali iniziative legislative e rafforzerebbe la capacità dell'opposizione di controllare l'operato dell'amministrazione.

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