Elezioni in Israele, i 61 seggi lontani e i partiti arabi decisivi per il nuovo governo
A un giorno dal voto in Israele, i sondaggi indicano che nessuno dei due schieramenti potrebbe raggiungere i 61 seggi necessari per governare. I partiti arabi potrebbero risultare decisivi, mentre resta aperto il nodo della leva militare.
Il rischio di una nuova fase di instabilità politica accompagna Israele alle elezioni del 27 ottobre 2026. Le ultime rilevazioni non assegnano una maggioranza autonoma né allo schieramento del premier Benjamin Netanyahu né al fronte di opposizione guidato da Gadi Eisenkot. Per formare un governo serviranno almeno 61 dei 120 parlamentari della Knesset, una soglia che potrebbe rendere determinante il risultato delle formazioni arabe, finora escluse dalle principali ipotesi di alleanza.
La consultazione per la 26ª Knesset arriva dopo una legislatura cominciata nel 2022 e destinata a concludersi regolarmente, circostanza che non si verificava per il Parlamento israeliano dal 1988. Sarà inoltre il primo voto nazionale dopo gli attacchi compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza. Il conflitto, insieme alle operazioni militari condotte da Israele in Libano, Siria e Yemen, ha profondamente segnato il dibattito pubblico e gli equilibri politici del Paese.
Secondo i dati riportati nel quadro preelettorale, nella Striscia di Gaza sono stati uccisi circa 74.000 palestinesi e altri 175.000 sono rimasti feriti. Numeri che accompagnano una campagna elettorale dominata dalle questioni della sicurezza, dalle responsabilità politiche per il 7 ottobre e dalle divisioni sul futuro del governo.
Gli elettori chiamati alle urne sono circa 7,3 milioni. Il sistema elettorale israeliano è proporzionale, con liste bloccate e una soglia di accesso alla Knesset fissata al 3,25%. Le liste ammesse sono 37, anche se diverse rischiano di non ottenere voti sufficienti per entrare in Parlamento. Possono partecipare i cittadini arabi di Israele e gli israeliani residenti negli insediamenti della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Non votano invece alle elezioni israeliane i palestinesi privi di cittadinanza israeliana residenti nei territori occupati. Il voto dall'estero resta consentito soltanto ad alcune categorie previste dalla legge.
La competizione ruota attorno a due figure con esperienze politiche e militari differenti. Netanyahu punta a ottenere un settimo mandato alla guida dell'esecutivo, dopo aver ricoperto l'incarico dal 1996 al 1999, dal 2009 al 2021 e nuovamente dal dicembre 2022. Il suo Likud mantiene un elettorato consolidato, nonostante le contestazioni sulla gestione della guerra e i procedimenti giudiziari che coinvolgono il premier.
Il blocco che sostiene Netanyahu comprende formazioni religiose e della destra nazionalista. Tra i suoi principali alleati figurano Sionismo Religioso, guidato da Bezalel Smotrich, e Potere Ebraico, rappresentato da Itamar Ben-Gvir. Arturo Marzano, professore associato all'Università Roma Tre e autore di "Storia di Gaza", pubblicato da Il Mulino nel 2025, descrive questa area politica come caratterizzata dalla presenza di esponenti favorevoli al suprematismo ebraico, al messianismo religioso e all'espulsione dei palestinesi.
Sull'altro fronte si colloca Gadi Eisenkot, 66 anni, ex capo di Stato maggiore dell'esercito israeliano e leader di Yashar. Il suo schieramento di opposizione comprende Be’Yachad di Naftali Bennett, Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan. Yesh Atid, guidato da Yair Lapid, appartiene all'area contraria a Netanyahu, ma non figura tra le principali formazioni accreditate di seggi nelle rilevazioni più recenti.
I sondaggi pubblicati negli ultimi giorni mostrano un vantaggio delle forze contrarie al premier uscente, senza tuttavia garantire loro i numeri necessari per governare. Le proiezioni attribuiscono ai partiti arabi un gruppo parlamentare potenzialmente decisivo. Il problema riguarda soprattutto la formazione delle alleanze, poiché i principali schieramenti hanno escluso intese di governo con queste formazioni.
La partecipazione politica dei cittadini arabi costituisce uno dei punti più delicati della consultazione. Dopo una controversia sulle ammissioni elettorali, il 2 ottobre 2026 la Corte Suprema israeliana è intervenuta consentendo la partecipazione delle liste interessate. Il loro peso parlamentare potrebbe incidere sulla possibilità di raggiungere la maggioranza, senza necessariamente tradursi in una presenza nel futuro esecutivo.
La questione del 7 ottobre 2023 resta uno dei principali elementi di divisione. Negli attacchi di Hamas furono uccise circa 1.200 persone, in prevalenza civili, mentre circa 250 vennero prese in ostaggio. La ricercatrice dell'ISPI Sara Leykin collega le conseguenze politiche di quella giornata alla fiducia dei cittadini nella capacità dello Stato di garantire la loro sicurezza.
Secondo Leykin, gli attacchi hanno compromesso un rapporto fondamentale tra istituzioni e popolazione, già indebolito dalle proteste e dalle tensioni provocate dalla riforma giudiziaria promossa dal governo. La discussione riguarda oggi soprattutto le responsabilità per le falle nella prevenzione e nella risposta all'operazione di Hamas.
Netanyahu attribuisce una parte centrale delle responsabilità agli apparati di sicurezza. I suoi oppositori contestano invece le scelte dell'esecutivo e chiedono un accertamento indipendente. Le inchieste di Haaretz e The Atlantic hanno inoltre riportato informazioni su presunti avvertimenti provenienti dagli Emirati Arabi Uniti riguardo alla possibilità di un attacco. Si tratta di circostanze sulle quali il confronto politico rimane acceso.
Eisenkot sostiene la necessità di istituire una commissione d'inchiesta esterna per ricostruire quanto accaduto il 7 ottobre. La sua posizione nasce anche dall'esperienza nel governo di emergenza nazionale formato dopo gli attacchi. L'ex generale vi partecipò per circa otto mesi, prima di abbandonarlo a causa delle divergenze sulla conduzione della guerra e sulla gestione della questione degli ostaggi.
Il conflitto ha colpito direttamente anche la sua famiglia. Eisenkot ha perso il figlio Gal, di 25 anni, durante le operazioni militari a Gaza, oltre a due nipoti. La sua esperienza personale si accompagna a una critica severa delle decisioni assunte da Netanyahu, senza però tradursi in una posizione particolarmente distante da quella del governo sul piano della sicurezza.
L'ex capo di Stato maggiore mantiene infatti una linea rigida sulle questioni militari, si oppone alla nascita di uno Stato palestinese e non intende costruire una maggioranza con i partiti arabi. Per Marzano, questa scelta rivela uno dei limiti dell'alternativa politica proposta dall'opposizione. Pur dichiarando di voler rafforzare la democrazia israeliana, le forze contrarie a Netanyahu non supererebbero, secondo lo storico, una concezione etno-nazionalista dello Stato che continua a ridurre lo spazio politico dei cittadini palestinesi di Israele.
Una differenza più concreta tra i due schieramenti riguarda invece il servizio militare obbligatorio e il ruolo degli haredim, gli ebrei ultraortodossi che rappresentano circa il 14% della popolazione israeliana. Per anni gli studenti delle scuole religiose, le yeshivot, hanno beneficiato di esenzioni dalla leva. Il prolungamento della guerra ha reso questa situazione sempre più controversa, soprattutto tra i cittadini richiamati ripetutamente come riservisti.
Nel 2024 la Corte Suprema ha stabilito che il governo deve procedere all'arruolamento degli studenti delle yeshivot in assenza di una base legislativa che ne giustifichi l'esenzione. La decisione ha aggravato le tensioni tra Netanyahu e gli alleati ultraortodossi, fino all'uscita dei loro partiti dalla coalizione nel luglio 2025, con la conseguente perdita della maggioranza parlamentare dell'esecutivo.
Sara Leykin osserva che il peso sostenuto dai riservisti durante un conflitto così lungo ha alimentato le richieste di una distribuzione più ampia degli obblighi militari. Molti cittadini sono stati richiamati più volte, con conseguenze sulla vita familiare, lavorativa ed economica. Eisenkot propone di estendere il servizio anche agli ultraortodossi e ai cittadini arabi israeliani, mentre Netanyahu ha cercato di preservare il sostegno delle formazioni religiose favorevoli alle esenzioni.
Sul futuro del premier pesano anche le vicende giudiziarie. Netanyahu è imputato nei procedimenti per corruzione avviati nel 2020. Il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale ha inoltre emesso nei suoi confronti un mandato d'arresto per presunti crimini di guerra e crimini contro l'umanità connessi alle operazioni a Gaza. Le accuse sono distinte dal procedimento per presunto genocidio contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia.
Un'eventuale sconfitta elettorale potrebbe modificare la posizione politica del premier rispetto ai processi ancora in corso, senza determinarne automaticamente l'esito. Netanyahu conserva comunque un nucleo di sostenitori che continua a considerarlo un riferimento della destra israeliana, nonostante le controversie sulla guerra, le indagini e le divisioni interne al Likud.
La possibilità di uno stallo rende particolarmente importante la fase successiva allo scrutinio. Il sistema israeliano prevede che il presidente della Repubblica affidi l'incarico di formare il governo al parlamentare ritenuto in grado di ottenere la fiducia della Knesset. Il candidato dispone inizialmente di 28 giorni, con la possibilità di una proroga fino a 14 giorni. In mancanza di una maggioranza, sono previste ulteriori procedure parlamentari che possono culminare in nuove elezioni.
Se nessuno riuscisse a costruire una coalizione, Netanyahu potrebbe restare alla guida di un governo incaricato di gestire gli affari correnti durante le trattative. La prospettiva prolungherebbe un'incertezza istituzionale che accompagna Israele mentre restano aperte le conseguenze politiche e militari dei conflitti regionali.
Per Marzano, un eventuale cambio di maggioranza non sarebbe comunque sufficiente a produrre una trasformazione sostanziale della politica israeliana verso i palestinesi. Lo storico ritiene che una pressione decisiva possa arrivare soprattutto dagli Stati Uniti, dall'Unione europea e dagli altri attori internazionali, più che dalle attuali dinamiche interne del Paese.
Il risultato del 27 ottobre stabilirà dunque i nuovi rapporti di forza nella Knesset, ma non necessariamente il nome del prossimo primo ministro. Saranno le trattative tra i partiti, il ruolo delle formazioni arabe e le scelte delle componenti religiose a determinare se Israele avrà un nuovo esecutivo oppure dovrà affrontare un'altra fase di negoziati e possibile ritorno alle urne.
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