Stipendi dei magistrati, dopo il no di Meloni si profila un nuovo ricorso sugli arretrati

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Il mancato via libera di Giorgia Meloni al decreto sugli stipendi dei magistrati apre la strada a un possibile nuovo ricorso. Le associazioni contestano le cifre diffuse e ricordano che gli arretrati derivano da adeguamenti non versati.

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La decisione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni di non firmare il Dpcm necessario a ricalcolare gli adeguamenti retributivi dei magistrati potrebbe aprire un nuovo capitolo giudiziario. Le rappresentanze della categoria rivendicano l'applicazione delle sentenze amministrative e respingono l'interpretazione secondo cui si tratterebbe di concedere aumenti straordinari. La questione riguarda somme maturate negli anni precedenti e, secondo le associazioni, mai corrisposte correttamente.

La posizione della premier, comunicata all'Adnkronos, riguarda un provvedimento che dovrebbe dare attuazione alle decisioni della giustizia amministrativa sul metodo di calcolo degli stipendi. Nel dibattito è circolata una stima complessiva vicina al miliardo di euro, cifra che le organizzazioni dei magistrati invitano a distinguere dagli importi effettivamente spettanti ai singoli beneficiari.

Stefano Celli, vicesegretario dell'Associazione nazionale magistrati, ha spiegato all'Adnkronos che l'eventuale mancata esecuzione delle decisioni giudiziarie potrà essere affrontata attraverso gli strumenti previsti dall'ordinamento. La controversia, ha ricordato, è già passata attraverso un procedimento concluso con una sentenza. Qualora il governo decidesse di non applicarla, integralmente o in parte, l'Anm potrebbe proseguire con un giudizio di ottemperanza per ottenerne l'esecuzione.

Sul contenuto economico della vicenda interviene anche l'Associazione Magistrati della Corte dei conti, che contesta le ricostruzioni diffuse sugli adeguamenti relativi ai trienni 2018-2020 e 2021-2023. Secondo l'associazione, le somme effettive saranno sensibilmente più contenute rispetto alle stime circolate, elaborate senza disporre di parametri di calcolo certi e pubblicamente conosciuti.

L'Amcc richiama inoltre il particolare sistema retributivo previsto per la magistratura. I magistrati non trattano direttamente i propri incrementi salariali, poiché la legge stabilisce un aggiornamento automatico ogni tre anni. Il meccanismo, introdotto a tutela dell'indipendenza della funzione giudiziaria, prende come riferimento la crescita media delle retribuzioni riconosciute alle altre categorie del pubblico impiego nello stesso periodo.

La controversia nasce dai criteri utilizzati in passato per determinare gli adeguamenti, successivamente giudicati illegittimi. Per l'associazione, il ricalcolo consentirebbe quindi di recuperare componenti stipendiali che l'amministrazione avrebbe dovuto versare negli anni precedenti, allineando gli incrementi a quelli già riconosciuti agli altri dipendenti pubblici. L'accumulo degli arretrati sarebbe una conseguenza dei ritardi, destinata ad aggravarsi in presenza di ulteriori rinvii.

Una ricostruzione analoga arriva da Magistratura Indipendente, corrente dell'Anm, attraverso un documento sottoscritto dal segretario generale Antonio D'Amato e dal presidente Giancarlo Dominijanni. I due rappresentanti contestano l'ipotesi che il provvedimento comporti l'attribuzione di 100.000 euro a ciascun magistrato, definendo tale importo del tutto sproporzionato rispetto alle somme realmente dovute.

Secondo Magistratura Indipendente, gli importi individuali dipendono dall'anzianità di servizio e dalla posizione retributiva. Gli arretrati si sarebbero formati nell'arco di circa sette anni per effetto di pagamenti effettuati sulla base di parametri non corretti. Non si tratterebbe, dunque, di introdurre un nuovo beneficio economico, ma di recuperare quanto previsto dalla normativa vigente.

La corrente ricorda che il Consiglio di Stato ha riconosciuto l'illegittimità dei criteri applicati dall'amministrazione e dall'Istat. Anche il Tar del Lazio è intervenuto annullando gli atti riguardanti il triennio successivo. Il Dpcm contestato avrebbe pertanto la funzione di dare seguito a queste pronunce, senza introdurre un trattamento discrezionale a favore della categoria.

Magistratura Indipendente richiama anche le possibili conseguenze finanziarie di un mancato adempimento. Un ulteriore rinvio, sostiene, potrebbe comportare maggiori spese per lo Stato, nuovi procedimenti giudiziari e un eventuale danno erariale, con responsabilità da verificare nelle sedi competenti. Il rischio indicato è che i costi aggiuntivi derivanti dal ritardo finiscano per ricadere sulla collettività.

Nella nota viene inoltre respinta la contrapposizione tra il riconoscimento delle somme dovute ai magistrati e la necessità di sostenere i cittadini economicamente più fragili. Per la corrente dell'Anm, l'assistenza alle fasce deboli e l'esecuzione delle sentenze rappresentano obblighi distinti, che lo Stato è tenuto a rispettare entrambi.

Le associazioni chiedono infine che la discussione torni a concentrarsi sugli aspetti normativi e contabili, partendo da una verifica puntuale degli importi. Resta aperta la possibilità di un ulteriore intervento della giustizia amministrativa qualora l'esecutivo confermi la decisione di non procedere con l'attuazione delle sentenze.

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