Irpef, a Milano oltre 9mila euro per contribuente: il divario con la media nazionale

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A Milano l'Irpef media versata nel 2024 supera i 9mila euro, contro i 5.788 della media italiana. L'analisi della Cgia fotografa il divario tra territori e spiega perché la pressione fiscale è prevista in aumento nel 2026.

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La distanza tra i territori italiani si riflette anche nelle imposte versate dai cittadini. Secondo un'elaborazione dell'Ufficio studi della Cgia di Mestre, nel 2024 ogni contribuente della Città Metropolitana di Milano ha pagato mediamente 9.066 euro di Irpef, una cifra superiore del 57% rispetto alla media nazionale di 5.788 euro. Il dato colloca il territorio milanese al primo posto in Italia, con un vantaggio di oltre 1.500 euro su Roma.

La Capitale occupa infatti la seconda posizione con 7.536 euro per contribuente, seguita da Monza e Brianza, dove il versamento medio raggiunge 7.100 euro. Completano le prime cinque posizioni Bolzano, con 6.975 euro, e Bologna, con 6.846 euro. Una distribuzione che riflette soprattutto le differenze nei livelli di reddito e il funzionamento progressivo dell'imposta, che prevede aliquote crescenti all'aumentare del reddito imponibile.

Il confronto con le province meno tassate mostra una distanza considerevole. In fondo alla graduatoria si trovano quattro territori del Mezzogiorno e delle isole: Crotone registra un'Irpef media di 3.867 euro, Vibo Valentia si ferma a 3.836 euro, il Sud Sardegna a 3.743 euro e Ragusa a 3.689 euro. Si tratta di aree caratterizzate anche da livelli reddituali tra i più contenuti del Paese.

Considerando i redditi complessivi medi dichiarati, Milano conserva il primato con 34.803 euro. Alle sue spalle figurano Bologna, con 30.686 euro, e Monza e Brianza, con 30.578 euro. Seguono Lecco a 29.906 euro, Bolzano a 29.846 e Parma a 29.771 euro. Roma, pur essendo seconda per Irpef versata, presenta un reddito medio dichiarato di 28.643 euro.

La Cgia osserva inoltre che i territori nei quali si concentra il maggiore prelievo fiscale dispongono generalmente di una rete di servizi pubblici più ampia e, in media, di qualità superiore rispetto alle aree economicamente più deboli.

Su scala nazionale sono quasi 43 milioni gli italiani che versano l'Irpef. La componente più numerosa è rappresentata dai lavoratori dipendenti, circa 24,1 milioni, seguiti da 14,5 milioni di pensionati. I contribuenti titolari di partita Iva superano di poco quota 1,6 milioni, ma questo conteggio esclude gli autonomi che adottano il regime forfettario, soggetti a una diversa disciplina fiscale.

Se Milano guida la graduatoria degli importi medi, Roma è invece il territorio con il maggior numero di contribuenti. Nella sua Città Metropolitana se ne contano circa 3 milioni, davanti ai 2,5 milioni di Milano e agli 1,7 milioni di Napoli.

L'analisi della Cgia prende in esame anche l'evoluzione della pressione fiscale complessiva, destinata secondo le previsioni a raggiungere il 43% nel 2026. Si tratterebbe del valore più elevato dell'ultimo decennio, dopo il 42,9% del 2025. Rispetto al 2022, quando l'indicatore era pari al 41,6%, l'incremento sarebbe di 1,4 punti percentuali, all'interno di una tendenza crescente avviata nel 2024.

L'aumento dell'indicatore, tuttavia, non corrisponde necessariamente a un aggravio generalizzato per famiglie e piccole attività economiche. Secondo le valutazioni dell'Ufficio studi, gli interventi introdotti negli ultimi quattro anni hanno alleggerito il carico fiscale di queste categorie per complessivi 33,3 miliardi di euro. Tra le misure considerate figurano l'innalzamento della soglia di accesso alla flat tax per gli autonomi e la riduzione del cuneo fiscale sui redditi da lavoro dipendente.

A sostenere la crescita delle entrate pubbliche hanno contribuito diversi fattori. L'aumento dell'occupazione ha ampliato la platea di chi versa Irpef e contributi previdenziali, mentre alcune modifiche normative hanno incrementato il prelievo sui grandi operatori economici. Tra queste rientrano la sospensione della deducibilità di determinate componenti di costo e l'eliminazione dell'Ace, l'Aiuto alla Crescita Economica, che fino al 2023 assicurava alle imprese un beneficio annuale di poco superiore ai 3 miliardi di euro.

Un ulteriore contributo arriverà nel 2026 dal settore finanziario. Per banche e compagnie assicurative è previsto un incremento dei versamenti all'erario pari a 5,6 miliardi di euro, legato alla revisione delle disposizioni sugli extraprofitti e all'inasprimento dell'Irap.

C'è infine un particolare contabile che contribuisce a spiegare perché la pressione fiscale possa aumentare anche in presenza di interventi destinati a ridurre le imposte. Il taglio del cuneo fiscale comprende, oltre alla diminuzione dell'Irpef, un bonus riconosciuto ai lavoratori con redditi fino a 20mila euro. Quest'ultima misura, equivalente a circa 0,2 punti percentuali di Pil, viene classificata nei conti pubblici come maggiore spesa anziché come riduzione delle entrate.

Di conseguenza, precisa la Cgia, dei quasi 18 miliardi di euro complessivamente destinati alla riduzione del cuneo fiscale, circa 4,5 miliardi vengono contabilizzati come incremento della spesa pubblica. Un meccanismo che contribuisce a mantenere elevato l'indicatore della pressione fiscale, pur in presenza di un alleggerimento effettivo per i lavoratori interessati.

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