Googlebook, hardware da oltre 1.000 dollari ma Android fatica ancora a diventare un vero desktop
I nuovi Googlebook puntano a competere con Windows e Mac grazie a schermi OLED, hardware premium e integrazione con Android. La prova sul campo mostra però un limite concreto, molte applicazioni continuano a funzionare come su uno smartphone.
Schermi OLED ad alta risoluzione, trackpad aptici, processori Intel e Snapdragon e una maggiore integrazione con gli smartphone. Google ha scelto di entrare nel segmento dei portatili premium con i nuovi Googlebook, una famiglia di computer che porta Android su macchine progettate espressamente per lavorare con tastiera e mouse. La qualità dei dispositivi, tuttavia, non basta ancora a garantire un'esperienza paragonabile a quella offerta da Windows e macOS.
È quanto emerge dalla prova pubblicata da Ars Technica, che ha esaminato diversi modelli della nuova gamma, mettendo alla prova il sistema operativo, le applicazioni Android, le funzionalità di intelligenza artificiale e gli strumenti dedicati alla produttività. Il risultato è un prodotto interessante sul piano tecnico, ma ancora condizionato dalle caratteristiche di un ecosistema software sviluppato principalmente per gli smartphone.
Googlebook rappresenta un cambio di strategia rispetto ai Chromebook, che hanno trovato il loro mercato soprattutto tra i computer economici. La nuova piattaforma punta invece su configurazioni di fascia alta, con prezzi che in diversi casi superano i mille dollari. L'obiettivo è proporre un'alternativa ai tradizionali portatili Windows e ai MacBook, sfruttando il catalogo Android e la continuità con i telefoni.
L'offerta iniziale comprende differenti soluzioni. Acer propone un convertibile, Asus e HP puntano su dispositivi dalle caratteristiche premium, mentre Lenovo mette a disposizione anche un modello da 15,3 pollici dotato di porte HDMI e USB-A. Il Dell XPS Googlebook parte da 999 dollari, ma utilizza uno schermo LCD anziché OLED.
Per ottenere un display OLED insieme al trackpad aptico occorre salire almeno a 1.100 dollari, prezzo previsto per la versione Lenovo. Quest'ultima offre una struttura solida e un sistema di ventilazione integrato nella zona della cerniera, evitando le aperture inferiori. La tastiera presenta però una certa flessibilità nella parte centrale e tasti dalla risposta non completamente stabile.
Il Googlebook 14 di HP, proposto a 1.300 dollari, convince maggiormente per costruzione, estetica e qualità della tastiera. Integra inoltre un processore Snapdragon X Elite. A questa cifra, tuttavia, il confronto con un MacBook Air nella configurazione di ingresso diventa inevitabile e, secondo la valutazione di Ars Technica, il portatile Apple resta una scelta complessivamente più convincente per gran parte degli utenti.
Una delle novità comuni ai Googlebook riguarda la disposizione dei tasti. Accanto al pulsante G, che svolge una funzione simile al tasto Windows, compare una fila superiore riprogettata per includere controlli multimediali, comandi di navigazione Android e l'attivazione della dettatura intelligente Rambler.
Al posto del tradizionale Caps Lock trova spazio Quick Insert, uno strumento che permette di richiamare rapidamente emoji, schermate acquisite di recente, contenuti degli appunti, indirizzi web visitati e altri elementi. Il blocco delle maiuscole resta disponibile attraverso una combinazione con Fn. Una modifica utile per chi utilizza frequentemente questi contenuti, anche se richiede di cambiare alcune abitudini di digitazione.
Le differenze prestazionali tra le versioni Intel e Snapdragon risultano contenute nelle operazioni quotidiane. Il modello HP con Snapdragon sembra disporre di maggiori risorse nelle attività più impegnative e offre risultati migliori nei giochi, ma anche i dispositivi Intel di Lenovo e Acer riescono a gestire senza particolari difficoltà i titoli Android più pesanti. La disponibilità di software capace di sfruttare completamente l'hardware rimane, piuttosto, il problema principale.
Google ha riprogettato l'interfaccia di Android per renderla adatta a un computer portatile. Il sistema comprende una vera scrivania digitale sulla quale collocare file, cartelle, widget e collegamenti, oltre alla possibilità di trascinare contenuti dal gestore dei file. Sono presenti anche la suddivisione dello schermo, ispirata a ChromeOS, e il supporto a più desktop virtuali. Le funzionalità sono operative, ma non raggiungono ancora la flessibilità e l'immediatezza delle soluzioni disponibili sui sistemi concorrenti.
Per chi possiede già uno smartphone Android, la configurazione iniziale è particolarmente semplice. Basta utilizzare il telefono per leggere un codice QR e trasferire automaticamente account, dati e applicazioni. La procedura richiede pochi minuti e consente di predisporre rapidamente il nuovo computer.
Le possibilità più avanzate di integrazione, però, dipendono da Android 17, aggiornamento non ancora disponibile sulla maggior parte degli smartphone. Attraverso i servizi Better Together, Googlebook può accedere ai file del telefono, sincronizzare le notifiche, riprendere attività iniziate nelle applicazioni mobili e visualizzare sul portatile le app eseguite sullo smartphone.
Nell'utilizzo concreto emergono diverse limitazioni. I due dispositivi devono rimanere collegati alla stessa rete Wi-Fi e il passaggio a una connessione differente può interrompere la comunicazione. Continue On, la funzione pensata per proseguire sul computer un'attività iniziata sul telefono, si manifesta raramente anche quando il collegamento sembra stabile.
La duplicazione delle applicazioni mobili presenta ulteriori problemi di fluidità. Alcuni programmi dotati di protezioni di sicurezza a livello di sistema non possono essere utilizzati attraverso questa modalità. È inoltre possibile visualizzare una sola applicazione alla volta, senza mantenerla attiva in background.
Tra gli strumenti basati sull'intelligenza artificiale compare Magic Pointer, che permette di associare contenuti presenti sullo schermo alle richieste rivolte a Gemini mediante un gesto del mouse. L'idea semplifica alcune operazioni, ma l'affidabilità dell'assistente non è costante. Anche attività relativamente semplici, come aggiungere un appuntamento al calendario, possono produrre errori che richiedono una verifica manuale.
La sensibilità del gesto è regolabile, ma individuare un'impostazione equilibrata non è semplice. Con valori elevati il comando può attivarsi involontariamente; riducendoli, invece, diventa necessario muovere il mouse con maggiore decisione, rischiando di allontanare il puntatore dall'elemento desiderato.
Più convincente appare Rambler, il sistema di inserimento vocale intelligente introdotto con la famiglia Pixel 11. Disponibile su tutti i Googlebook, funziona nei campi di testo del sistema e consente di dettare contenuti anche piuttosto lunghi senza ricorrere alla tastiera.
Le difficoltà più significative riguardano comunque le applicazioni. Google Drive, Gmail e Calendar vengono proposti sui Googlebook come progressive web app, ovvero programmi basati sulle rispettive versioni web. L'integrazione con il sistema operativo risulta quindi differente da quella delle tradizionali applicazioni desktop.
Nel caso di Drive manca, per esempio, la possibilità di sincronizzare automaticamente un'intera cartella locale con il servizio cloud. Si possono rendere disponibili offline singoli documenti, ma non ottenere il comportamento del client desktop presente su Windows e macOS. Una limitazione particolarmente rilevante per chi organizza il proprio lavoro attraverso directory sincronizzate.
Nemmeno Dropbox risolve completamente il problema. L'applicazione Android funziona sul portatile, ma conserva un'interfaccia poco adatta agli schermi dei computer. Le cartelle salvate per l'utilizzo offline non vengono aggiornate automaticamente e richiedono un intervento manuale all'interno dell'app.
La scelta di distribuire Gmail e Calendar come applicazioni web ripropone inoltre un interrogativo sull'effettivo vantaggio dei Googlebook rispetto ai Chromebook. Se una parte consistente delle attività continua a svolgersi attraverso il browser, il maggior investimento economico non corrisponde necessariamente a un incremento delle funzionalità disponibili.
Google cerca di orientare gli utenti attraverso specifiche etichette nel Play Store. Le applicazioni possono essere indicate come ottimizzate, compatibili con il desktop, progettate per dispositivi mobili oppure più adatte all'utilizzo tramite sito web. La distinzione rivela quanto sia ancora limitata la disponibilità di software Android pensato realmente per tastiera, trackpad e schermi di grandi dimensioni.
Slack rappresenta uno degli esempi meno riusciti. L'applicazione Android si avvia sui Googlebook, ma la sua interfaccia risulta sensibilmente meno pratica rispetto alla versione web. L'installazione come progressive web app dovrebbe offrire una soluzione alternativa, ma durante la prova questa possibilità non ha funzionato, senza che fosse possibile individuarne la causa.
Anche Photoshop mostra i limiti dell'adattamento. La versione Android mantiene sostanzialmente un'interfaccia mobile disposta in orizzontale, con proporzioni poco adatte al portatile e un numero ridotto di scorciatoie da tastiera. Alcuni elementi sembrano predisposti per essere controllati con i tasti direzionali o Invio, ma possono reagire in maniera inattesa, provocando spostamenti del cursore o selezioni errate.
Va considerato che l'applicazione Android di Photoshop è gratuita, diversamente dalla suite Adobe completa disponibile sulle piattaforme tradizionali. Rimane però una soluzione mobile, non un programma desktop con caratteristiche equivalenti.
Problemi analoghi interessano numerose altre applicazioni del Play Store. Alcune ignorano il passaggio del puntatore sugli elementi dell'interfaccia o il clic destro, mentre altre continuano a richiedere frequentemente il comando Indietro tipico degli smartphone. Google ha assegnato ai tasti F1, F2 e F3 le funzioni Indietro, Home e Multitasking, ma ricorrere continuamente a questi pulsanti rende meno naturale l'interazione con il computer.
Per compensare la carenza di applicazioni specifiche, Google propone anche una soluzione insolita. Su ogni Googlebook viene installata la nuova versione Android di Antigravity, lo strumento di sviluppo assistito dall'intelligenza artificiale che consente agli utenti di generare programmi attraverso istruzioni in linguaggio naturale.
Antigravity può predisporre progetti, interfacce e codice, scaricare autonomamente gli strumenti Android necessari e produrre file APK pronti per l'installazione. Le applicazioni realizzate non devono necessariamente passare dal Play Store e vengono sottoposte alla scansione di Play Protect senza richiedere l'attivazione delle origini sconosciute nelle impostazioni. Google ha inoltre confermato che non saranno interessate dalle nuove verifiche degli sviluppatori previste sui Googlebook per il prossimo anno.
Ars Technica ha sperimentato direttamente questa possibilità per superare una delle carenze del gestore file preinstallato, privo del supporto necessario alle condivisioni di rete. L'esigenza era accedere ai documenti conservati su un NAS, operazione che le alternative disponibili nel Play Store non riuscivano a gestire con un'interfaccia sufficientemente adatta al computer.
Utilizzando il modello Gemini Flash predefinito, è stato possibile creare in pochi minuti una prima versione funzionante di un file manager personalizzato, inizialmente caratterizzato da numerosi problemi. Sono poi servite diverse ore di istruzioni e correzioni, distribuite nell'arco di alcuni giorni, per ottenere un'applicazione stabile e dotata delle funzionalità richieste.
Il programma risultante ricorda Esplora file di Windows e comprende schede, supporto alle cartelle condivise in rete, alberi di directory espandibili, anteprime dei documenti e numerosi comandi accessibili direttamente dall'interfaccia. Offre più strumenti rispetto al gestore file standard di Google, pur rinunciando alla sua integrazione più profonda con Android e con lo smartphone collegato.
La sperimentazione dimostra le possibilità dello sviluppo assistito dall'intelligenza artificiale, ma mette anche in luce una contraddizione della piattaforma. Per ottenere una funzione abituale sui computer tradizionali, l'utente ha dovuto costruire personalmente un'applicazione alternativa a quella fornita con il sistema operativo.
Il giudizio complessivo di Ars Technica distingue nettamente la qualità dell'hardware dalla maturità del software. I produttori coinvolti hanno realizzato portatili ben costruiti e Google ha scelto caratteristiche tecniche adeguate alla fascia premium. Android, invece, non riesce ancora a sfruttare pienamente queste macchine né a offrire un vantaggio concreto di produttività rispetto a ChromeOS.
Per conquistare utenti abituati a Windows e macOS, Google dovrà quindi intervenire soprattutto sull'ecosistema applicativo, sulla gestione dei file e sulla continuità tra dispositivi. Nella configurazione attuale, i Googlebook offrono un'esperienza Android più ampia e sofisticata, ma il prezzo dei modelli di fascia alta li colloca in diretta concorrenza con computer che dispongono già di strumenti desktop più completi.
Notizie correlate
Googlebooks, debutto il 4 ottobre: cinque laptop Android da 899 dollari Googlebooks debuttano il 4 ottobre negli Stati Uniti con cinque portatili Android premium da 899 a 1.299 dollari.
Trump rilancia il dividendo da 5.000 dollari, ma serve il via libera del Congresso Donald Trump ribadisce che il dividendo da 5.000 dollari agli adulti americani sarà possibile se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso.