Diana e le uscite segrete a Paddington, il racconto dell'ex portavoce reale

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Lady Diana lasciava Kensington Palace senza scorta per raggiungere di notte le strade di Paddington, dove aiutava le prostitute e controllava le condizioni dei senzatetto. A raccontarlo è l'ex portavoce reale britannico Dickie Arbiter.

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La principessa Diana riusciva ad allontanarsi da Kensington Palace anche senza essere accompagnata dagli uomini incaricati della sua sicurezza. Guidava personalmente per le strade di Londra, soprattutto nella zona di Paddington, dove distribuiva denaro alle prostitute e si fermava per verificare le condizioni delle persone senza dimora. Erano iniziative che preferiva svolgere lontano dagli impegni ufficiali e senza alcuna pubblicità.

A raccontare questi episodi è Dickie Arbiter, ex addetto stampa della famiglia reale britannica, in un'intervista al Daily Mail dedicata al suo nuovo libro, 'On Duty with the Royals: The Inside Story of the Modern Monarchy'. Il volume ripercorre i dodici anni trascorsi al servizio della monarchia, durante i quali Arbiter lavorò a stretto contatto con Carlo e Diana, seguendo anche gli anni della loro separazione e del successivo divorzio.

Secondo l'ex portavoce, quelle iniziative nascevano dal desiderio della principessa di aiutare direttamente chi viveva ai margini della società, ma avevano anche un legame con la sua condizione personale. Diana, infatti, soffriva la solitudine all'interno della residenza reale e cercava occasioni per trascorrere del tempo fuori dal palazzo.

Arbiter descrive una quotidianità fortemente condizionata dalle procedure di sicurezza. Organizzare un incontro con gli amici richiedeva di comunicare preventivamente nomi, indirizzi, targhe delle automobili e orari di ingresso e uscita. Una trafila che rendeva complicate anche le visite più informali. Diana riceveva persone a pranzo, ma raramente organizzava cene, ritrovandosi spesso senza compagnia durante le ore serali.

Per riuscire ad allontanarsi indisturbata, la principessa ricorreva a un semplice espediente. Comunicava alla propria guardia del corpo che non sarebbe uscita e la invitava a prendersi la serata libera. Successivamente lasciava Kensington Palace e raggiungeva Paddington in automobile. Arbiter sostiene che Diana considerasse quelle visite qualcosa che sentiva personalmente il bisogno di fare, pur riconoscendo che anche la noia contribuiva alla decisione di uscire.

Nella stessa intervista, l'ex responsabile della comunicazione reale affronta anche le polemiche legate a 'Swan Song: Diana, My Sister', la nuova autobiografia di Earl Spencer, fratello della principessa. Arbiter contesta la ricostruzione proposta nel libro, giudicandola poco accurata sul piano fattuale e dichiarando di non riconoscere, in particolare, il ritratto di Carlo delineato dall'autore.

La sua posizione si basa anche sull'esperienza maturata nel 1997, quando fu incaricato di coordinare le operazioni mediatiche relative al funerale di Diana. Arbiter ricorda di aver incontrato Carlo poche ore dopo la morte della principessa e descrive un uomo profondamente provato, paragonando il suo stato emotivo a quello osservato dopo la perdita del prozio Lord Mountbatten.

Per questo respinge l'interpretazione attribuita a Spencer, secondo cui Carlo avrebbe reagito alla scomparsa dell'ex moglie quasi come se avesse ricevuto una notizia favorevole. L'ex portavoce definisce quella rappresentazione lontanissima da quanto aveva personalmente osservato e si domanda perché, a quasi trent'anni dalla morte di Diana, continuino a essere riproposte ricostruzioni polemiche della sua vicenda familiare.

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