Susan Sarandon a Roma, dure critiche alla diretta dell'esecuzione di Nidal Hasan
A Roma, Susan Sarandon critica il progetto di trasmettere online l'esecuzione del responsabile della strage di Fort Hood. L'attrice, ospite di Alice nella Città, parla anche delle conseguenze del suo sostegno alla Palestina.
La decisione del Pentagono di prevedere una trasmissione in streaming dell'esecuzione di Nidal Malik Hasan, l'ex psichiatra militare condannato per la strage di Fort Hood del 2009, provoca una durissima reazione di Susan Sarandon. L'attrice americana, intervenuta a Roma durante Alice nella Città, contesta apertamente l'iniziativa dell'amministrazione Trump, giudicandola espressione di una grave perdita di sensibilità morale da parte del governo statunitense.
Per Sarandon, il progetto rivela una concezione del potere segnata dalla mascolinità tossica e da una profonda mancanza di umanità. L'interprete arriva a definire depravata l'amministrazione americana, sostenendo che soltanto persone completamente fuori di testa potrebbero concepire una simile iniziativa. Il paragone utilizzato è particolarmente severo: l'attrice afferma di non aver assistito a qualcosa di altrettanto sconvolgente dai tempi dei filmati diffusi dall'Isis.
Le sue parole arrivano nel corso della presentazione di The Accompanist, film proposto ad Alice nella Città, manifestazione indipendente che si svolge in parallelo alla Festa del Cinema di Roma. Sarandon, che si è presentata all'appuntamento con un abito interamente rosso, ha ricevuto anche il Womenland Award alla carriera.
Il tema della pena capitale richiama inevitabilmente uno dei personaggi più conosciuti della sua filmografia. In Dead Man Walking, l'attrice interpretava suor Helen, una religiosa impegnata ad accompagnare spiritualmente un detenuto condannato a morte, interpretato da Sean Penn. Un ruolo che aveva già portato sul grande schermo interrogativi legati alla giustizia, alla responsabilità individuale e alla dignità umana.
Durante l'incontro romano, Sarandon ha affrontato anche le conseguenze professionali del proprio impegno politico, in particolare delle sue prese di posizione a favore della Palestina. L'attrice ha ribadito di considerare la libertà di espressione un principio al quale non intende rinunciare, nonostante le ripercussioni subite nel mondo dello spettacolo.
Secondo Sarandon, il prezzo personale pagato per aver parlato pubblicamente di Gaza non dovrebbe distogliere l'attenzione dalla situazione della popolazione civile. La perdita di un'agenzia o di opportunità lavorative, osserva, è secondaria rispetto alle migliaia di vittime e ai bambini che continuano a morire. L'attrice ritiene necessario impedire che queste notizie finiscano per essere percepite come una normalità alla quale abituarsi.
La sua scelta di esporsi nasce dalla convinzione che tacere, quando si dispone di una posizione pubblica capace di raggiungere molte persone, possa avere conseguenze peggiori delle difficoltà professionali. Sarandon racconta di aver cercato negli anni di utilizzare la propria notorietà per dare spazio a questioni poco conosciute e alle persone che non dispongono degli stessi strumenti per farsi ascoltare. L'autenticità, sostiene, rimane per lei un valore irrinunciabile.
Accanto agli interventi sui temi politici e sociali, l'attrice ha raccontato il significato del suo nuovo lavoro cinematografico. In The Accompanist veste i panni di Sylvia, una figura enigmatica che diventa tutrice della piccola Emily, instaurando con lei un rapporto intenso, caratterizzato anche da una dimensione magica.
La storia affronta una sofferenza spesso invisibile, quella di chi si sente dimenticato, inadeguato o sopraffatto dalle proprie difficoltà. Sarandon considera questa sensazione una componente molto diffusa dell'esperienza umana e riconosce al cinema la capacità di rappresentarla, permettendo agli spettatori di ritrovare nelle vicende raccontate sullo schermo qualcosa della propria vita. È proprio questa possibilità di riconoscersi nelle storie altrui, spiega, a rendere meno isolante anche il dolore più difficile da condividere.
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