Paolo Silletti, confermati 7 anni all'ex moglie per maltrattamenti: la decisione sulla figlia
La Corte d’Appello di Bari conferma sette anni per Noura Morsy, condannata per i maltrattamenti al marito Paolo Silletti, morto nel 2024 a Santeramo in Colle. I giudici modificano però la decisione di primo grado sulla responsabilità genitoriale.
La sentenza pronunciata il 7 ottobre dalla Corte d’Appello di Bari conferma la pena di sette anni di reclusione inflitta a Noura Morsy, cittadina egiziana condannata per maltrattamenti aggravati nei confronti del marito Paolo Silletti. I magistrati hanno mantenuto la condanna stabilita nel 2025 con rito abbreviato, modificando tuttavia il provvedimento relativo alla responsabilità genitoriale, che è stata restituita alla donna dopo la sospensione disposta in primo grado.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, il procedimento riguarda le vessazioni che avrebbe subito Silletti, 34 anni, prima di togliersi la vita il 10 aprile 2024 a Santeramo in Colle, in provincia di Bari. I genitori dell'uomo si sono costituiti parti civili nel processo e sono rappresentati dagli avvocati Giovanni Ladisi e Fabio Bagnulo.
Tra gli elementi esaminati nel procedimento figurano numerosi messaggi che la donna avrebbe inviato al marito durante gli ultimi tre anni della relazione. Le comunicazioni contenevano offese, richieste economiche e minacce legate alla possibilità di continuare a vedere la figlia. In uno dei testi acquisiti agli atti, Morsy avrebbe scritto: «Se non mi mandi i soldi non vedrai più tua figlia», aggiungendo che avrebbe raccontato alla bambina che suo padre era morto.
Le pressioni avrebbero riguardato anche lo stipendio dell'uomo e la proprietà di un'abitazione. In un'altra comunicazione la donna pretendeva che Silletti le cedesse il denaro guadagnato e una casa, sostenendo che non fossero state rispettate le condizioni economiche concordate per il matrimonio. Alla possibilità di incontrare la figlia veniva inoltre associata la minaccia di dover ricorrere al consolato o alle forze dell'ordine.
La mattina del 10 aprile 2024, giorno della morte di Silletti, sarebbe arrivato un ulteriore messaggio particolarmente offensivo: «Ti odiamo, sei un uomo di m… speriamo tu muoia». Dopo averlo ricevuto, il 34enne pranzò nell'abitazione dei genitori e successivamente si gettò dal balcone della casa.
La vicenda matrimoniale era cominciata diversi anni prima in Egitto. Paolo Silletti aveva conosciuto Noura Morsy a Sharm el Sheikh, mentre lavorava come animatore in una struttura turistica. Dopo un periodo di fidanzamento, la coppia si era trasferita in Italia. Nel 2019 i due avevano celebrato il matrimonio al Cairo, scegliendo poi di vivere a Santeramo in Colle.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, il rapporto avrebbe iniziato a deteriorarsi nel 2021, dopo la nascita della bambina. Da quel momento sarebbero diventate frequenti le umiliazioni e le minacce di un trasferimento definitivo della madre in Egitto insieme alla figlia. L'eventualità di perdere i contatti con la minore avrebbe rappresentato una delle principali preoccupazioni di Silletti.
Alle richieste di denaro si sarebbero aggiunte quelle relative all'acquisto di un appartamento a Bari e all'iscrizione della figlia in una scuola americana al Cairo. La donna avrebbe inoltre trascorso periodi progressivamente più lunghi presso i propri familiari in Egitto. Per i giudici, queste condotte avrebbero provocato nel marito «uno stato di profonda prostrazione psichica e di terrore di non poter più vedere la figlia minore».
Nel fascicolo processuale compare anche la testimonianza di una cugina di Silletti, che ha riferito agli investigatori alcune conversazioni avute con Morsy sulle sue aspettative economiche. Secondo la testimone, la donna avrebbe manifestato il desiderio di condurre una vita simile a quella di Georgina Rodriguez, compagna del calciatore Cristiano Ronaldo.
La cugina ha raccontato di averle fatto osservare che il marito non era un calciatore famoso, ma un operaio. Morsy, secondo la deposizione, avrebbe reagito alzando la voce e ribadendo la convinzione che un giorno avrebbe raggiunto lo stesso tenore di vita di Georgina.
Con la decisione del 7 ottobre resta dunque confermata in secondo grado la responsabilità penale della donna per i maltrattamenti aggravati. Cambia invece la misura riguardante il rapporto con la figlia, poiché la Corte d’Appello ha revocato la sospensione della responsabilità genitoriale precedentemente stabilita dal tribunale.