Sanità, 18,8 miliardi di risorse mancate in quattro anni: l'Italia resta ultima nel G7
Nel 2024 quasi 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a visite o esami, mentre cresce il ricorso alla sanità privata. Il rapporto Gimbe segnala 18,8 miliardi di risorse mancate in quattro anni e una spesa pubblica tra le più basse del G7.
Quasi 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una visita o a un esame medico nel 2024. Per circa 4 milioni di cittadini il problema è stato rappresentato dalle liste d'attesa, mentre 3,1 milioni hanno indicato difficoltà economiche. Le due motivazioni possono sovrapporsi. È uno dei dati più significativi del nono Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, presentato il 7 ottobre alla Camera dei Deputati dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta.
L'analisi descrive un sistema nel quale la possibilità di ricevere assistenza dipende sempre più dalle condizioni economiche e dal territorio di residenza. Le difficoltà di accesso alle prestazioni pubbliche spingono una parte della popolazione verso le strutture private, mentre chi non dispone delle risorse necessarie rischia di rinunciare alle cure.
La Fondazione Gimbe richiama soprattutto l'attenzione sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale. Tra il 2022 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è passato da 125,4 a 142,9 miliardi di euro, registrando un incremento nominale di 17,5 miliardi. Una crescita che, secondo Cartabellotta, non rappresenta però un rafforzamento proporzionato alle risorse economiche complessive del Paese.
Nel 2022 il finanziamento sanitario corrispondeva al 6,27% del prodotto interno lordo. Negli anni successivi la percentuale è rimasta intorno al 6%, raggiungendo il 6,14% nel 2026. Se il rapporto con il Pil fosse rimasto invariato rispetto al 2022, nel quadriennio 2023-2026 il sistema sanitario avrebbe ricevuto complessivamente 18,8 miliardi di euro aggiuntivi. È questa la differenza che Gimbe definisce tagli invisibili, precisando che non si tratta di riduzioni nominali degli stanziamenti.
A incidere sulla disponibilità effettiva delle risorse è anche l'inflazione. Dal 2010 al 2026 il finanziamento sanitario è aumentato nominalmente di 37,5 miliardi di euro, ma il suo valore reale è rimasto sostanzialmente fermo ai livelli di sedici anni prima. Nello stesso periodo sono cresciuti i costi delle tecnologie mediche, dei farmaci e dell'assistenza necessaria a una popolazione sempre più anziana.
Il confronto internazionale colloca l'Italia all'ultimo posto tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite. Nel 2025 le risorse pubbliche destinate alla sanità hanno rappresentato il 6,2% del Pil, a fronte di una media Ocse del 7,1%. La spesa per abitante è stata pari a 3.952 euro, ossia 909 euro in meno rispetto alla media Ocse e 1.013 euro in meno rispetto a quella europea.
Il divario si riflette anche sulle spese sostenute direttamente dai cittadini. In Italia la componente sanitaria pagata dalle famiglie supera del 12,3% la media Ocse, mentre quella finanziata attraverso fondi e assicurazioni risulta inferiore del 43,7%. Il sistema pubblico continua a garantire prestazioni essenziali, ma una parte crescente della domanda sanitaria viene soddisfatta attraverso pagamenti privati.
Un indicatore di questa trasformazione arriva dalle strutture non accreditate con il Servizio sanitario nazionale. La spesa sostenuta direttamente dagli utenti è passata da 3,05 miliardi di euro nel 2016 a 8,2 miliardi nel 2024, con un aumento del 169%. Per Gimbe questi numeri documentano l'espansione di un'offerta sanitaria alternativa, accessibile soprattutto a chi può sostenere autonomamente i costi delle prestazioni.
Cartabellotta avverte che la distanza tra il diritto formale all'assistenza e la possibilità concreta di ottenere una prestazione mette in discussione l'equità del sistema. Il rischio indicato dalla Fondazione è che reddito, tempi di attesa e luogo di residenza diventino fattori sempre più determinanti nell'accesso alle cure, accentuando le differenze tra cittadini.
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