Ricina a Pietracatella, nuovi dispositivi consegnati da Gianni Di Vita agli investigatori
Tre accessi in Questura nello stesso giorno e nuovi dispositivi consegnati agli investigatori. Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime di Pietracatella, non è indagato mentre proseguono gli accertamenti sulla cena del 23 dicembre.
La giornata del 29 settembre ha portato nuovi elementi nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, uccise da un avvelenamento da Ricina. Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime, si è presentato tre volte negli uffici della Questura di Campobasso dopo le perquisizioni eseguite nei suoi studi professionali. L’uomo non risulta indagato.
Nel corso degli accertamenti negli uffici di Pietracatella e Campobasso è stata acquisita una borsa appartenuta alla moglie Antonella, rimasta nello studio commerciale della coppia. Il legale Vittorino Facciolla ha spiegato che Di Vita, considerato parte offesa nel procedimento, ha consentito l’accesso agli investigatori e li ha accompagnati durante le verifiche. La procuratrice di Larino Elvira Antonelli ha confermato che la sua posizione non è cambiata.
Dopo un primo passaggio in Questura per gli adempimenti relativi al sequestro, poco dopo le 13 il commercialista è tornato negli uffici della polizia per consegnare spontaneamente un dispositivo elettronico. Ai cronisti presenti ha detto di essere «serenissimo», rinviando eventuali dichiarazioni più articolate a una successiva valutazione con il proprio avvocato.
Un terzo ingresso è avvenuto intorno alle 18.30. In quell’occasione Di Vita ha lasciato agli investigatori due computer, sui quali dovranno essere copiati e analizzati i dati. Le verifiche sui dispositivi si inseriscono negli approfondimenti avviati per ricostruire le circostanze che precedettero il malore di Antonella e Sara.
Tra gli aspetti esaminati dagli investigatori c’è anche la cena del 23 dicembre. Nei primi colloqui Di Vita aveva riferito di non ricordare quali alimenti fossero stati portati in tavola, precisando che quella era stata una delle occasioni in cui aveva cenato con la moglie e la figlia Sara senza l’altra figlia, Alice.
Durante il successivo ricovero precauzionale allo Spallanzani, nei colloqui svolti tra il 30 dicembre e il 7 gennaio, nella documentazione sanitaria venne invece indicato un pasto comune che comprendeva una giardiniera di produzione domestica. I sintomi, compreso il vomito, sarebbero comparsi nello stesso periodo per Antonella, Sara e Gianni Di Vita.
L’8 gennaio, sentito dagli agenti, il commercialista tornò a sostenere di non ricordare cosa fosse stato servito a tavola. Nei mesi successivi parlò nuovamente della giardiniera, aggiungendo anche insaccati e cozze tra gli alimenti presenti quella sera. Sono proprio le diverse ricostruzioni della cena a essere oggetto di ulteriori verifiche nell’ambito dell’indagine.
Nel materiale acquisito agli atti figura inoltre il racconto fatto da Di Vita durante il ricovero, quando riferì di essere seguito da uno psichiatra da circa quindici anni, a periodi alterni, per problemi legati all’ansia e alle pressioni derivanti dal lavoro e dagli incarichi pubblici ricoperti in passato. Questo elemento compare nella documentazione allegata agli accertamenti medico-legali sulle due vittime.
A Pietracatella, intanto, il commercialista continua a ricevere manifestazioni di vicinanza da parte di persone che lo conoscono. Sul piano giudiziario resta una parte offesa e non è iscritto nel registro degli indagati, mentre gli investigatori proseguono l’analisi dei dispositivi e la ricostruzione dei giorni che precedettero l’avvelenamento.
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