Ricina a Pietracatella, nuovi accertamenti sui rapporti tra Gianni Di Vita e l'insegnante

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L’inchiesta sulla morte per ricina di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita torna sui rapporti personali della famiglia. A Pietracatella gli investigatori stanno approfondendo testimonianze, dispositivi digitali e nuovi esami.

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Ricina a Pietracatella, nuovi accertamenti sui rapporti tra Gianni Di Vita e l'insegnante
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Le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia quindicenne Sara Di Vita proseguono a Pietracatella, in provincia di Campobasso, dove madre e figlia persero la vita alla fine del 2025 dopo essere state avvelenate con la Ricina. Il fascicolo per duplice omicidio resta contro ignoti e, allo stato attuale, non risultano persone formalmente indagate per le due morti.

Gli accertamenti si stanno concentrando sia sui risultati delle analisi scientifiche sia sui rapporti personali che ruotavano attorno alla famiglia Di Vita. Nelle ultime settimane gli investigatori hanno convocato nuovamente diverse persone già ascoltate e stanno esaminando il materiale recuperato dai dispositivi elettronici sequestrati nell’abitazione.

Tra le figure sulle quali si è concentrata l’attenzione c’è Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, commercialista ed ex sindaco di Pietracatella. L’uomo è sopravvissuto ai giorni in cui moglie e figlia si ammalarono. Recenti analisi effettuate in Germania non hanno evidenziato, nei campioni di sangue di Gianni e della figlia maggiore Alice, elementi indicativi di un’esposizione alla ricina.

Alice Di Vita è stata nuovamente sentita dagli investigatori ad agosto. Le sue dichiarazioni si inseriscono nel lavoro di ricostruzione delle ultime settimane di vita di Antonella e Sara, insieme all’esame di telefoni, computer, messaggi, cronologie e altri dati digitali acquisiti durante l’inchiesta.

Un passaggio ritenuto particolarmente significativo riguarda il rapporto tra Gianni Di Vita e un’insegnante di matematica di un istituto agrario della zona, sua amica di lunga data. I due sono stati messi a confronto negli uffici della Questura di Campobasso dopo che dalle precedenti deposizioni sarebbero emerse divergenze su alcuni aspetti considerati utili per ricostruire il contesto familiare e individuare un possibile movente.

L’insegnante era già stata ascoltata più volte. Gli investigatori stanno cercando di chiarire la natura e l’evoluzione del legame con Gianni Di Vita, oltre ai rapporti che la donna aveva avuto in passato con Antonella. Tra gli elementi presi in considerazione c’è infatti l’interruzione dei rapporti tra le due donne avvenuta prima dell’avvelenamento.

Le verifiche riguardano anche il marito dell’insegnante, tecnico di laboratorio nello stesso istituto scolastico. Gli inquirenti vogliono ricostruire alcuni contatti avuti dall’uomo con Antonella nelle settimane precedenti la tragedia e stabilire se possano avere un significato per l’indagine.

Un'altra testimonianza considerata rilevante è quella di don Stefano Fracassi, parroco di Pietracatella. Antonella era impegnata nella comunità parrocchiale e si confidava con il sacerdote, ascoltato più volte dagli investigatori per ricostruire i rapporti familiari e le eventuali tensioni presenti prima delle morti.

Tra le piste esaminate c’è quella di una crisi matrimoniale tra Antonella e il marito. Secondo quanto ricostruito nel corso delle audizioni, la donna avrebbe valutato la possibilità di separarsi. Gli investigatori stanno verificando se questo elemento, insieme ai rapporti personali emersi durante gli interrogatori, possa contribuire a spiegare il movente del duplice omicidio.

Resta però ancora da stabilire chi abbia materialmente utilizzato la ricina e attraverso quale alimento o bevanda il veleno sia stato assunto. Gli esperti hanno effettuato nuovi sopralluoghi nell’abitazione di Pietracatella e numerosi campioni sono stati sottoposti ad analisi specialistiche in Germania.

Le autopsie hanno confermato che Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita morirono per intossicazione da ricina. Ora uno degli obiettivi principali è identificare il cosiddetto vettore, cioè il prodotto attraverso il quale la sostanza tossica sarebbe stata somministrata, e ricostruire con precisione quando sia entrata nella casa della famiglia.

Rimane aperta anche la questione del bersaglio dell’avvelenamento. Gli investigatori devono comprendere se entrambe le vittime fossero destinatari dell’azione oppure se una delle due abbia assunto il veleno senza essere l’obiettivo iniziale. Per arrivare a una risposta saranno decisivi gli esiti completi degli esami scientifici e il confronto con le testimonianze raccolte negli ultimi mesi.

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