Da Hormuz a Suez, cinque strettoie che possono far salire costi e tempi del commercio

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Cinque passaggi marittimi condizionano merci, energia e prezzi globali. Le crisi da Hormuz a Suez mostrano quanto un blocco possa allungare le rotte, ridurre la capacità di trasporto e trasferire i rincari fino ai consumatori.

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Una crisi concentrata in pochi chilometri di mare può modificare prezzi e tempi di consegna a migliaia di chilometri di distanza. È quanto mostrano le tensioni che negli ultimi anni hanno coinvolto alcuni dei principali passaggi obbligati del commercio marittimo mondiale, da Hormuz al Canale di Suez, passando per Panama, Bosforo e Bab al-Mandab.

Il legame con la vita quotidiana è diventato particolarmente evidente dopo l'avvio, il 28 febbraio 2026, degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati per i traffici energetici e le conseguenze delle tensioni si sono riflesse anche sui prezzi dei carburanti. A fine settembre la benzina self sulla rete stradale italiana si attestava intorno a 2,154 euro al litro.

Con questo livello di prezzo, riempire un serbatoio da 38 litri come quello della Fiat Panda 1.0 Hybrid richiede circa 82 euro. Per una vettura con un serbatoio da 50 litri, la spesa supera invece i 107 euro. Il prezzo pagato alla pompa rende visibile soltanto una parte di un meccanismo che coinvolge rotte navali, materie prime, assicurazioni e disponibilità delle navi.

Hormuz, Suez, Panama, Bosforo e Bab al-Mandab concentrano una quota rilevante degli scambi marittimi internazionali. La loro importanza non dipende soltanto dalla quantità delle merci in transito, ma anche dalla possibilità di trovare una rotta alternativa quando la navigazione viene ostacolata o sospesa.

Per Hormuz e Bosforo un'alternativa marittima equivalente, in molti casi, non esiste. Le merci possono essere trasferite su collegamenti terrestri o aerei, ma con capacità inferiori e costi maggiori. Diversa è la situazione per Suez e Panama, che possono essere aggirati al prezzo di viaggi molto più lunghi. Le deviazioni possono aumentare la distanza fino al 46% nel caso di Suez e al 47% per Panama.

L'allungamento delle rotte produce un effetto che va oltre il maggiore consumo di carburante. Se una nave impiega più giorni per completare ogni viaggio, nello stesso arco di tempo può effettuare meno traversate. La flotta disponibile rimane numericamente identica, ma la sua capacità effettiva diminuisce e lo spazio per le merci diventa più costoso.

Il peso dei singoli passaggi cambia inoltre in base al prodotto trasportato. Hormuz è decisivo soprattutto per l'energia e concentra circa il 30% del commercio marittimo del settore. Il Bosforo è invece essenziale per una parte rilevante delle esportazioni di grano provenienti dal Mar Nero. Per componenti e materiali legati alle tecnologie pulite assumono particolare importanza anche gli stretti asiatici di Taiwan e Luzon.

Anche l'esposizione dei singoli Paesi è molto diversa. Prima della crisi, oltre metà delle importazioni di Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti transitava attraverso Hormuz. La quota era vicina al 20% per il Pakistan e al 12% per l'India, mentre per gli Stati Uniti era molto più bassa. Una dipendenza diretta limitata, però, non elimina gli effetti indiretti prodotti dai rincari di petrolio, fertilizzanti e altre materie prime.

La durata di un'interruzione è un altro elemento decisivo. Una difficoltà di poche settimane può essere assorbita utilizzando le scorte accumulate lungo la filiera. Se il blocco prosegue per mesi, le aziende devono invece cercare altri fornitori, modificare le rotte o intervenire sui processi produttivi.

I tempi con cui i rincari arrivano al consumatore non sono uguali per tutti i prodotti. Le quotazioni del petrolio possono reagire rapidamente, mentre per altri beni l'impatto si manifesta soltanto quando diminuiscono le scorte disponibili e i maggiori costi delle materie prime vengono incorporati nei prezzi dei prodotti finiti.

Per le imprese diventa quindi essenziale conoscere non soltanto le rotte utilizzate dai fornitori diretti, ma anche quelle da cui dipendono i livelli precedenti della catena produttiva. Da questa analisi possono derivare scorte aggiuntive per i componenti essenziali, una maggiore diversificazione dei fornitori o strumenti finanziari per limitare l'esposizione alle oscillazioni delle materie prime.

Ogni misura di protezione comporta però un costo. Mattia Rodriquez, Managing Director e Partner di BCG, osserva che l'obiettivo per le aziende non può essere eliminare qualsiasi rischio senza considerare la spesa, ma individuare un equilibrio tra resilienza e costi. Una scelta che, per essere efficace, deve essere definita prima che una nuova crisi interrompa ancora una delle grandi arterie del commercio mondiale.

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