Russia e droni dal Mediterraneo, Tytelman spiega perché l'attacco dal mare sarebbe possibile
L’ipotesi di droni lanciati da navi nel Mediterraneo apre un nuovo scenario di sicurezza per Italia, Francia e Spagna. L’esperto Xavier Tytelman spiega perché un attacco dal mare sarebbe tecnicamente più semplice da organizzare.
Un eventuale lancio dal Mediterraneo permetterebbe di ridurre drasticamente la distanza da percorrere e di evitare gran parte delle difese aeree presenti lungo il percorso dall’Europa orientale. È questo uno degli aspetti indicati da Xavier Tytelman, esperto di difesa e aeronautica, nell’analizzare lo scenario di possibili operazioni russe contro Paesi come Italia, Francia e Spagna.
L’ipotesi nasce da una ricostruzione pubblicata dal quotidiano spagnolo El Mundo, secondo cui informazioni attribuite alla Cia riguarderebbero possibili piani di escalation russi con droni lanciati da navi nel Mediterraneo. L’esistenza di un simile piano non ha tuttavia ricevuto conferme ufficiali dalle autorità italiane.
Secondo Tytelman, dal punto di vista tecnico un’operazione di questo tipo sarebbe realizzabile con i mezzi già disponibili a Mosca. Un velivolo senza pilota partito direttamente dal territorio russo dovrebbe attraversare migliaia di chilometri e superare le difese di diversi Paesi europei. Un lancio effettuato in mare aperto ridurrebbe invece molti di questi ostacoli.
L’esperto richiama in particolare il ruolo delle navi civili e della cosiddetta flotta fantasma, composta da imbarcazioni utilizzate dalla Russia per attività commerciali e logistiche difficili da ricondurre direttamente a Mosca. Alcune piattaforme potrebbero teoricamente essere adattate per ospitare sistemi di lancio nascosti all’interno di normali container.
Questa soluzione viene definita “containerizzazione” e consente di mascherare equipaggiamenti militari in strutture apparentemente identiche a quelle utilizzate nel traffico mercantile. Tytelman cita il sistema russo Club-K, progettato per essere installato in un container dall’aspetto ordinario e impiegato per il lancio di missili.
Lo stesso principio potrebbe essere applicato ai droni. Una nave portacontainer dispone infatti di spazio sufficiente per trasportarne un numero elevato senza che dall’esterno sia immediatamente evidente la presenza di sistemi militari. Secondo l’esperto, una singola imbarcazione potrebbe teoricamente ospitare centinaia di velivoli senza pilota.
In una prima fase, tuttavia, Tytelman considera più plausibile l’impiego di modelli difficili da attribuire direttamente a un Paese. Droni come i Gerbera o gli Shahed presentano caratteristiche note e più facilmente riconducibili all’apparato militare russo, mentre apparecchi commerciali potrebbero rendere più complessa l’identificazione dell’origine.
Tra gli esempi viene citato il Mugin-5, un drone di produzione cinese disponibile anche sul mercato civile. Soluzioni di questo tipo potrebbero essere adattate a diversi impieghi, mantenendo però un profilo meno riconoscibile rispetto ai mezzi già utilizzati con frequenza nel conflitto in Ucraina.
Italia, Francia e Spagna dispongono di caccia e sistemi di difesa antiaerea capaci di intercettare minacce provenienti dal cielo. Il problema, secondo Tytelman, emergerebbe soprattutto davanti a un attacco numericamente molto ampio. Centinaia di droni contemporaneamente potrebbero mettere sotto pressione le capacità di intercettazione disponibili.
L’Ucraina ha sviluppato nel corso della guerra sistemi e procedure pensati anche per abbattere droni a basso costo con intercettori relativamente economici. I Paesi dell’Europa occidentale fanno invece maggiore affidamento su missili antiaerei molto più costosi, una differenza che diventerebbe rilevante in caso di attacchi di saturazione condotti con grandi quantità di velivoli senza pilota.
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